Puglia: la carica dei Trecento…rossi4 min read

I nostri assaggi dei vini pugliesi hanno preso in esame praticamente la produzione totale dei rossi da vitigni autoctoni commercializzati quest’anno. Quasi trecento vini soprattutto da uve Negroamaro, Primitivo ed Uva di Troia. Dato che i risultati sono divisi per vitigno abbiamo pensato di fare lo stesso anche con i commenti.

Vini a base Negroamaro
Salento e Negroamaro, un legame indissolubile che si snoda in una molteplicità di vini di una quantità sempre più numerosa di aziende. Spesso relegati in una immagine preconfezionata di vini concentrati, alcolici e prevalentemente marcati  eccessivamente  dal  legno. Intanto cominciamo con il dire che di vini veramente imbevibili nelle nostre degustazioni non ce ne erano.
La tecnologia in cantina ha fatto passi da gigante, forse troppo, con la conseguenza che se da una parte hanno “ripulito” dall’altra spesso non hanno reso un buon servizio alla riconoscibilità territoriale.  Ancora troppi i vini  giocati sull’ impersonale standard internazionale.  Ancora troppo pochi i vini che trovano una caratterizzazione senza scadere nel rustico, a volte tuttavia   preferibile ad una anonima interpretazione. Un livello medio  accettabile con pochi acuti , specie considerando la non eccezionalità delle vendemmia delle ultime annate.
Gli acuti,  provengono sempre dai “soliti noti”  a dimostrare che la classe non è acqua e che l’esperienza è ancora decisiva. Seguono un nutrito gruppo di aziende che ancora non riescono ad emergere nitidamente. Anni addietro la Puglia aveva i suoi Alfieri, pochi ma ben individuati: Taurino, Vallone, Candido per parlare solo del Salento.
Oggi, al momento, pochissimi i nomi da potere aggiungere a questo elenco. Siamo ancora in cerca di autori e di interpreti che facciano spiccare il volo al negroamaro pugliese.

Vini a base Primitivo
Un vino che negli assaggi  si apre a diverse interpretazioni: emozioni forti, coinvolgenti, ataviche nell’assaggio di tanti campioni; emozioni retrodatate, vecchie, anche leggermente sporche al naso in altri.  Accanto a questo spunta anche una malcelata tendenza a uniformare le nuove produzioni secondo i dettami di qualche dio del mercato o dell’enologia.
Aumenta,  fortunatamente,  il numero di etichette che parlano chiaro. Segnaliamo innanzitutto
una impostazione media con vini che rispetto al passato risultano meno marmellatosi e ossidati, con brett meno diffuso, con sostegno acido più evidente e con tannini più ricchi e strutturanti, il che, da inveterati San Tommaso, ci pone in qualche caso dei dubbi. L’uso del legno appare meno incidente a conferma di una generale presa di coscienza che Primitivo e legno non creano la migliore delle liason.
L’areale della DOC Gioia del Colle è purtroppo numericamente ancora poco rappresentata. Da questa DOC emergono inoltre le solite contraddizioni:  l’eleganza e coinvolgenza di alcune etichette rispetto alla banale semplicità e approssimazione di altre.  Polvanera e Angiuli danno chiare dimostrazioni del potenziale di questo territorio.
La zona di Manduria esalta maggiormente queste contraddizioni ma mediamente su livelli medi più elevati. Vini tonici, intriganti con un minimo comun denominatore nel frutto estremo da cui si dipanano tre linee interpretative diverse: vini semplici e beverini nonostante il gran calore alcolico, (ma non sempre franchi), vini “black block” improntati al mercato internazionale, e vini “ da primitivo vero”
La strada intrapresa da piccoli produttori come Attanasio, Fino e pochi altri danno chiara l’idea di cosa il primitivo può esprimere; vitigno distante anni luce dagli Zinfandel omogeneizzati californiani, che solo raramente possono essere così veri. Le capacità espressive dei vini di Picchierri danno il senso della storia e della tradizione, Racemi nelle varie declinazioni tende ad interpretazioni eleganti, mentre Soloperto e Feudi di San Marzano tendono  a preferire una linea più moderna.

Vini a base Uva di Troia
L’ultimo approccio avuto con questo vitigno, durante la manifestazione “Radici” non ci aveva lasciato estremamente soddisfatti, quest’assaggio però ha rimesso alcuni puntini sulle “i”. In primo luogo la pulizia di vinificazione che è praticamente totale e che riesce quasi sempre a mantenere le caratteristiche del vitigno. Lo stesso riesce quasi sempre a salvarsi anche dagli attacchi del legno piccolo, che sembra, almeno nella ridondanza, essere per fortuna peculiarità di pochissime etichette. Per quanto riguarda la DOC Castel del Monte (in cui possiamo trovare anche altri vitigni come Aglianico e Montepulciano) non possiamo che riconfermargli la nostra fiducia, specie per quanto riguarda la tipologia Riserva. Questa ha sempre mostrato vini di livello superiore che niente hanno da invidiare a tanti prodotti blasonati del Centro-Nord.
Una nota di chiusura: sarà un’ impressione ma alcuni degli aromi dell’Uva di Troia, in particolare quel sentore che va dalle erbe officinali (basilico e rabarbaro in particolare) a lievi note metalliche lo abbiamo sentito abbastanza spesso in vini di altre “latitudini”. Voi cosa ne pensate?

 

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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