L’Orcia Doc Cenerentola firmato da Donatella Cinelli Colombini è un vino che da sempre conquista per la visione che ha nel DNA (ne abbiamo parlato anche qui ). Un’etichetta nata nel 2001 e che porta con sé una precisa scelta narrativa. Come ci ha ricordato Violante Gardini Cinelli Colombini, inizialmente il vino avrebbe dovuto chiamarsi proprio come lei, ma l’idea di vedere “Violante” su uno scaffale di un’enoteca, magari richiesta “in una o due bottiglie”, la metteva a disagio.

Da qui la scelta del nome “Cenerentola”, evocando una figura inizialmente marginale, con due “sorellastre” affermate, il Vino Nobile di Montepulciano e il Brunello di Montalcino, destinata a trovare il proprio lieto fine. Dopo 25 anni possiamo dire che così è stato: da vino outsider a protagonista, sugellando così uno stile fondato sull’intreccio tra Sangiovese e Foglia Tonda.
Lunedì 23 marzo, alla Fattoria del Colle di Trequanda, Donatella Cinelli Colombini ha presentato la prima Cenerentola Orcia DOC Riserva 2020, prodotta in sole 200 bottiglie magnum numerate. E il vero elemento di rottura della giornata non è stato il vino, bensì il format.
Il vino? Un’esperienza culturale condivisa
«Vogliamo mostrare come anche il vino, proprio come la musica o la moda, cambi il suo modo di esprimersi nel tempo – ha spiegato Donatella Cinelli Colombini – Lo spartito può essere lo stesso, così come l’uva e il terroir, ma ogni epoca porta con sé una sensibilità diversa. Per questo il vino non è soltanto coltura: è cultura».
Un’affermazione spesso utilizzata nel settore, ma raramente tradotta in modo efficace.
Dieci annate, dieci capsule del tempo
Protagoniste della degustazione sono state dieci annate di Cenerentola Orcia DOC: 2001, 2004, 2006, 2007, 2008, 2013, 2016, 2017, 2018 e la nuova Riserva 2020.
Nel calice, un vino in grande forma anno dopo anno: il Sangiovese conferma la sua capacità di attraversare il tempo, mentre la Foglia Tonda aggiunge ogni stagione il tratto distintivo.
Annate più cupe e introspettive si alternano a millesimi più solari, riflesso di stagioni, scelte enologiche e sensibilità diverse. È così che la “sorella meno fortunata” ha imparato a farsi riconoscere, anche tra due denominazioni potenti.

Il racconto enocentrico è stanco e stancante
Fin qui, il percorso potrebbe sembrare quello di molte degustazioni verticali. Ma il 23 marzo è accaduto qualcosa di diverso, che speriamo venga ripetuto e perfino copiato: come diceva Coco Chanel, se mi copiate, significa che sto facendo qualcosa di giusto e presto mi inventerò qualcos’altro.
Ogni annata della piccola Cenerentola è stata affiancata da elementi della cultura contemporanea: cinema, musica, moda, cronaca, design, sport, riferimenti condivisi nel mondo occidentale.
E il risultato ha acceso il nostro interesse.
Per esempio, siamo partiti dal 2001, prima annata in degustazione: nello stesso anno esce al cinema Harry Potter e la pietra filosofale, le note di Can’t Get You Out of My Head di Kylie Minogue si diffondono tra radio e discoteche, l’attentato alle Torri Gemelle chiude il lungo periodo di pace in Occidente. Con poche pennellate, il vino si è trasformato in una capsula del tempo.
Solleticando ricordi individuali e collettivi, il vino è diventato un compagno di viaggio, uscendo dal suo egocentrismo tecnico e tornando a essere parte di una cultura condivisa che attraversa il tempo e lo fissa nel vetro.
A guidare la degustazione Ilaria Lorini, prima donna incoronata Miglior Sommelier d’Italia AIS nel 2025, che ha accompagnato la lettura sensoriale degli assaggi, mentre Enrico Pelagatti, marito di Violante, ha toccato un tasto oggi preistorico: gli albori dei social network e l’evoluzione nella nostra vita sociale e quotidiana.

La moda… nel vino
Il parallelismo con la moda è stato il più impattante: all’inizio degli anni Duemila dominava la potenza, la concentrazione e il legno nel vino, mentre loghi e ostentazione caratterizzavano una moda altrettanto invadente. Dovremo aspettare il 2008 per la svolta, anno del crollo dei mercati finanziari, simboleggiato dai dipendenti della Lehman Brothers che abbandonano i propri uffici con le scatole in mano a seguito del fallimento del colosso delle banche d’investimento statunitensi. Da lì in poi iniziano a farsi largo nel mondo di Bacco concetti come autenticità, sostenibilità e identità.
E così ogni annata di Cenerentola, tra colonne sonore e simbolismi, si è inserita nella storia di ciascuno dei presenti in punta di piedi, fino al 2020, anno della pandemia ma anche del matrimonio tra Violante e Enrico, nel tumulto di un mercato del vino bloccato (e non solo quello del vino), la natura che riguadagnava terreno, le vigne che respiravano grazie alla drastica riduzione dell’impatto degli esseri umani chiusi in casa per scongiurare il contagio.
Cenerentola non solo “ha sposato il principe”, bensì ha dimostrato che anche la sua storia merita di essere raccontata. Il percorso del suo debutto come Riserva dimostra che è possibile parlare a un pubblico ampio senza rinunciare alla profondità che il vino ha in dote, utilizzando linguaggi condivisi, piacevoli e non banali, perché parafrasando José Mourinho “Se sai solo di vino, allora non sai niente di vino”.
Nei club e nei circoli di esperti è normale che il lessico sia tecnico e puntuale, ma per allargare la platea dei winelovers, perché non dare spazio a narrazioni condivise?