Il Meunier in Champagne10 min read

Paesi usurati dal tempo, forse vissuti di streghe e di goblin; umili case di pietra e legno che espellono fumo e trattengono chissà quante storie raccontate davanti al focolare; canali di acque gelate dove la luna specchiandosi rivela i suoi misteri; mulini a vento che svettano sulla foresta; distese di terra bianca che schiariscono il cielo tenebroso; un mare di viti spoglie lontano dal mare, benché l’aria profumi di oceano in burrasca; decine di chilometri dove il silenzio è la lingua più parlata. Per la prima volta nella mia vita trascorro gli ultimi giorni dell’anno in Champagne e mi accorgo – in questa stagione soprattutto – che qui molti posti sono stati con tutta probabilità creati dai fratelli Grimm. Allo stesso tempo, di questa regione estrema e poco abitata, mi attrae sempre di più la normalità. La campagna depressa e bucolica, i bar sgualciti in cui si consumano culti pagani a base di Perroquet e Mauresque, l’umanità spiccia di uomini e donne che sorridono nostalgici nel profumo di burro e pan di zenzero, si vantano di un pane di gomma, bevono caffè rancidi, esaltano vecchie stalle di cui odora il formaggio di Langres e ingurgitano salsiccia di Rethel, i cui effetti sono quelli del polpettone più indigesto. Con buona pace della propaganda e del marketing, è questa la Champagne che mi strappa un sorriso. Annusandola così, con lo sguardo basso e lo stomaco in subbuglio, la Champagne è duplice, magica e normale insieme, malinconica e agricola. Guardandola così, senza libri in mano, non è la regione che vogliono raccontarci i commentatori più ortodossi: non è una somma elementare di dati da sfoggiare, non è lusso e mondanità, non è l’accumulo di aforismi e di luoghi comuni. Diciamo che è molto di meno e molto di più, basta aprire gli occhi e <<scrostare la vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti>>. (Giorgio Gaber).

Uno dei luoghi comuni più gettonati della Champagne riguarda la presunta modestia del pinot meunier (d’ora in avanti “Meunier”, com’è familiarmente chiamato da queste parti), vitigno che gode di cattiva reputazione per ragioni che al mio cuore (e a quello di tanti appassionati) sono sempre più estranee.

Raccogliendo i resoconti di qualche osservatore frettoloso pare che il Meunier sia responsabile di vini senza carattere, corti nel fiato e schematici nella curva evolutiva. Ebbene, per quanto il Meunier abbia la colpa mortale di adattarsi ai terroir più difficili; per quanto la sua fenologia lo esponga a un ciclo vegetativo piuttosto breve; per quanto i suoi mosti non posseggano doti strutturali di particolare eccezionalità; insomma, benché vi siano ragioni naturali che gli escludono una carriera da fuoriclasse, è senz’altro sbrigativa tanta letteratura che gli riguarda.

Lo dico a voi, miei pochissimi ma attenti lettori: nel vino, come nella vita, se si accetta di uscire dal recinto dei tabù accadono cose bellissime e per riuscirci occorre soprattutto essere curiosi. Ecco, per curiosità, date una possibilità di riscatto a molti Champagne de Meunier di ultima generazione e capirete che si tratta di un enorme fraintendimento collettivo, poiché sono buonissimi.

È vero, il Meunier regala i vini più normali di questa regione. Normali perché delicati, vulnerabili, umani. Sì, umani. Nel senso che laddove il Meunier prende il sopravvento in Champagne, allora le cuvée si fanno più vicine a noi, smettono di sfidare la gravità, si allontano dal mito e planano sulla terra.

Gli champagne ottenuti da Meunier non sfoggiano personalità poderose, non si ornano di dettagli lussuosi, non imbarazzano i neofiti, non richiedono quasi mai una conoscenza specifica per poterli bere e apprezzare. Vi sembra un limite? Tutt’affatto direi.

Delle tre uve più diffuse in Champagne, il Meunier non è presente in tutte le zone; lo Chardonnay invece sì, con percentuali quasi mai inferiori al 2%. Appena più selettivo è il Pinot Noir, che tuttavia è molto coltivato sia a Nord che a Sud dell’area.

La presenza del Meunier è prevalente solo lungo la porzione centro-occidentale del corso della Marna (Vallée de la Marne), dove è raccolta ben più della metà dell’intera superficie dedicata al vitigno (6.400 ettari su circa 11.000). Dopodiché il Meunier è parecchio coltivato nella Vallé de l’Ardre, nella Vallée de la Vesle e nel Massif de Saint Thierry, infine – con numeri inferiori – nella Montagne de Reims, nella Grand Vallée de la Marne, nei Coteaux Sud d’Epernay e nella Val du Petit Morin.

Altrove la sua presenza si fa pressoché marginale: 260 ettari nell’intero dipartimento dell’Aube; 70 ettari nel Sézannais, 27 ettari in Côte des Blancs.

Rispetto alla personalità talvolta ingombrante del Pinot noir e alla forza motrice dello Chardonnay, il Meunier dona vini più pacifici, ma affatto neutrali come qualcuno dice. Semmai gli si può rimproverare (e io non oso farlo, anzi) la sua schiettezza, la sua immediatezza, la sua simmetria tra ciò che era, ciò che è e ciò che sarà.

Il Meunier è un ricercato comprimario in molte delle più celebri cuvée di Champagne: il suo contributo è perfettamente funzionale alle esigenze della tipologia, apportando elementi di armonia e riconoscibilità territoriale (perfino Krug non vi rinuncia). Il Meunier sta alla Champagne come il caratterista sta al cinema, una figura solo all’apparenza inutile e invece determinante nella resa finale di un’opera.

Ma è quando il Meunieur strappa il ruolo di protagonista al Pinot Noir e allo Chardonnay (lungo la Vallée de la Marne accade sovente) che può addirittura sorprendere ed emozionare, mettendo la sua espressività (a volte sfacciata, altre più graduale) al servizio del bevitore in cerca prima di tutto di empatia, di accoglienza, di appagamento, di versatilità.

Il vitigno pare essere il risultato di una mutazione stabile del Pinot Noir, dal quale differisce soprattutto per la fitta peluria bianca che copre le giovani foglie (meunier significa mugnaio nella lingua francese) e sfoggia un pedigree di storia plurisecolare, se è vero che alla fine del 1500 era già noto con lo pseudonimo di Morillon Taconné (Samuel Cogliati).

Quando ben coltivato, vinificato ed elaborato; quando il Meunier è quello dei territori più fortunati; quando chi lo governa è un vignaiolo ambizioso, allora gli Champagne da esso ottenuti si adeguano perfettamente alla fisiologia degli esseri umani, che per indole cercano prima di tutto il piacere. E in termini di piacere, qui si va a nozze, senza alcuna riserva.

I buoni Champagne de Meunier rappresentano un elogio al piacere che non è affatto banalità; un inno alla normalità che non è mediocrità. Perché sarebbe come dire che è sempre mediocre il gregario e invece esistono gregari ben più interessanti dei finti campioni (in qualunque ambito produttivo e umano).

Oltretutto, la normalità è una premessa indispensabile per raggiungere le gratificazioni più intime: è nella normalità di uno sguardo, di un abbraccio, di un bacio, di una stretta di mano che possiamo provare attrazione e abbandonarci all’emozione. Certo, la normalità non va più di moda (la coltivazione del Meunier è in sensibile regresso da almeno tre decenni), non fa notizia (la comunicazione del Meunier è pressoché inesistente) e non è fotogenica, ma per fortuna sa essere virtuosa.

Perché virtuosi sono i migliori Champagne de Meunier bevuti negli ultimi tempi (ne scrivo un elenco in chiusura), le cui qualità precipue sono quelle del frutto (maturo, cospicuo) e di una rapida (ed esuberante) capacità evolutiva.

Nella vita maturare in fretta è un buon segno, nel vino no: nel vino si cerca la giovinezza perpetua, la bellezza immortale degli dei dell’olimpo, la performance perenne del fuoriclasse assoluto. Gli Champagne de Meunier sono invece fragili nel senso più umano della parola: appassiscono, invecchiano, sono mortali. Perciò se il Meunier è fragile, lo è in termini vitali: lo è quanto la nostra stessa esistenza.

Un’esistenza (la sua) complicata anche in campagna, in quanto è sovente coltivato nelle posizioni meno felici, dove la sanità e la maturazione dei grappoli (serrati e sensibili ai marciumi) va tutelata attraverso una gestione agronomica meticolosa.

Ma se ancora oggi è la seconda varietà più coltivata della regione (alle spalle del regale Pinot Noir), lo deve alla sua genetica, ideale per una regione estrema come la Champagne: germoglia tardi, matura relativamente presto e reagisce alle gelate primaverili con l’emissione di fertili germogli di controcchio.

Corrado Dottori, nel suo inno alla complessità scritto nel libro “Non è il vino dell’enologo”, dice che i vini sono come le persone. Ci sono quelli puntuali e quelli in ritardo. Ci sono gli introversi e i simpaticoni. I permalosi, gli orgogliosi, i superbi, i raffinati, gli spirituali, i tragici, i comici. Ci sono i vini che hanno fatto il lifting e vini che sono come mamma li ha fatti. Difetti inclusi.

È di quest’umanesimo che mi importa. Me ne frego dei concorsi di bellezza dove si misura ciò che non è misurabile, semplicemente perché il rapporto con il vino è soggettivo, non oggettivo; è interiore non esteriore, è relativo, non assoluto. Il vino è sempre ciò che noi siamo incontrandolo.

Eppoi, amici lettori, si possono amare vini tra loro opposti, così come si possono apprezzare contemporaneamente la furia di Monzón e la scherma raffinata di Benvenuti; un doppio passo di Ronaldo e un takle di Chiellini.

Certo, il Meunier appartiene alla categoria dei vini semplici, difetti inclusi. Embé? Evviva la semplicità, allora. Ci siamo dopati di “icone” in questi ultimi trent’anni, il benessere ha frastornato i nostri sensi, le patacche appese nel nostro grigio database fatto di numeri, di etichette altisonanti e di analogie senza senso ci hanno fatto perdere di vista il senso della gioia. Del sapere che è sapore prima di tutto.

Ecco, i buoni Champagne de Meunier portano gioia nel sorso e si fanno piacere senza giri di parole, scaldando il cuore come le commedie più riuscite. I buoni Meunier hanno l’espressione di Pierre Étaix con qualche ombra di Jacques Tati: sorridono svelando la malinconia della loro terra.

Champagne de Meunier da non perdere

 

José Ardinat (Carte d’Or Brut; irresistibile complicità tra il frutto e l’ossidazione; la polpa e il ritmo).

Françoise Bedel (l’intera splendida gamma, in cui quasi sempre prevale il Meunier; la mia personale preferenza è per il magnetico esotismo della cuvée Origin’elle).

Bérêche & Fils (Rive Gauche Extra Brut 2014; fuori dal comune per sapore, incisività e prospettiva).

Françoise Bedel

Bergeronneau-Marion (Clos de Borgeronneau Brut; poderoso esempio di liquido rotatorio, complesso e attorcigliato, che metterà semplicemente alla berlina chi si aspetta un Blanc de Meunier facile).

Bourgeois-Diaz (BD’M Pas Dosé s.a.; mirabile bottiglia da regalare a chi si vuol bene, accogliente e vibrante all’unisono).

Emmanuel Brochet (Les Hautes Meuniers 2008; superbo esempio di Meunier artigiano, di mineralità tellurica).

Emmanuel Brochet

Louis Casters (Cuvée Supérieure Brut s.a; aperitivo senza fronzoli, schierato in direzione del mare e del vento atlantico in primavera).

Charpentier (Cuvée Pierre-Henry Brut s.a; tenacia, mineralità e classicità senza tempo).

Chartogne-Taillet (l’intera gamma, in cui spesso prevale il Meunier; la mia preferenza personale è per Orizeaux Extra Brut s.a., spettinato quanto basta per esibire originalità e distinzione).

La Closerie (Les Béguines Extra Brut s.a e La Closerie Fac-Simile Extra Brut; la sboccatura 2016 di entrambe le cuvée è semplicemente sensazionale per temperamento, classe e sapore).

Laherte Frères (Vieilles Vignes Extra Brut 2013; così scalpitante da apparire offensivo).

Mandois (Clos Mandois Brut 2004; l’indole mite eppure longeva dei Coteaux Sud d’Épernay).

Alain Mercier (Cuvée Émile Brut s.a; estroflesso benché schematico, vive e si consuma nel frutto).

Orban

Christophe Mignon (Rosé de Saignée Extra Brut; energia, sapore e vocazione alla tavola).

Francis Orban (l’intera gamma a base Meunier, messa a punto con disciplina e sensibilità; la mia personale preferenza è per il Rosé Brut, golosissimo).

Egly-Ouriet (Les Vignes de Vrigny s.a.; vinosità, ritmo e personalità mettono sempre in secondo piano l’austerità dell’approccio).

Tarlant (La Vigne d’Or Brut Nature 2003; profondità, nitore, complessità e vitalità in perfetta sintesi gastronomica).

 

Francesco Falcone

Pugliese di Gioia del Colle, Francesco Falcone è un degustatore indipendente, divulgatore e scrittore. Dopo un biennio di formazione nella ciurma di Porthos, una lunga esperienza piemontese per i tipi di Go Wine (culminata con il libro “Autoctono Si Nasce”) e due anni di stretta collaborazione con Paolo Marchi (Il GiornaleIdentità Golose), ha concentrato per un decennio il suo lavoro di cronista del vino per Enogea (2005-2015). Per otto edizioni è stato tra gli autori della Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso (2009-2016). Dal 2016 è firma di Winesurf, il Giornale di Carlo Macchi. Nel 2017 ha scritto il libro “Centesimino, il territorio, i vini, i vignaioli” (Quinto Quarto Editore). Nell’estate del 2018 ha collaborato alla seconda edizione di Barolo MGA, l’enciclopedia delle grandi vigne del Barolo (Alessandro Masnaghetti Editore). A dicembre del 2018, per la faentina Quinto Quarto uscirà il suo libro “Intorno al Vino, diario di un degustatore sentimentale”. Deve a Federico Graziani il battesimo vinoso, a Sandro Sangiorgi la passione per la degustazione, a Alessandro Masnaghetti l’amore per il giornalismo, a Giampaolo Gravina il bernoccolo per la scrittura, a Vania Valentini la svolta in direzione dell’insegnamento. Da cinque anni cura numerosi laboratori indipendenti di approfondimento da Nord a Sud d’Italia.


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