Carema mon amour! Cronaca di un innamoramento10 min read

Premessa doverosa: tutto quello che leggerete qua dovrà essere visto non tramite l’imparziale professionalità del giornalista ma con l’occhio dell’innamorato che parla del suo amore, che cerca di spiegare l’inaspettato colpo di fulmine che lo legherà per la vita alla sua amata.

La sua, cioè la mia amata si chiama Carema e lo ammetto a voce alta, perché in quasi quarant’anni che giro per vigneti non ero mai stato colpito così positivamente  e, scusate il parolone, nel profondo, da un luogo vitato.

Carema si trova all’estremo limite ovest del Canavese, dove il Piemonte ti saluta e la Valle d’Aosta ti viene incontro con le sue montagne. Carema non è in montagna (349 metri s.l.m.)ma è come se lo fosse, perché le sue vigne, che arrivano fino ai 750 metri di altezza,  sono state strappate al Monte Maletto che ogni tanto cerca di riprendersele.

Se ne è riprese tante, a partire da prima della seconda guerra mondiale, sia per problemi bellici sia per la grande industrializzazione che ha portato via da Carema  tante braccia per depositarle all’Olivetti o in altre aziende ancor più lontane.

Una storia simile a molte altre, se vogliamo vederla così. Ho parlato di seconda guerra mondiale ma Carema era famosa molto prima e quest’etichetta che Roberto Ferrando ci ha messo davanti è la dimostrazione che all’ inizio dello scorso secolo non solo si produceva vino ma lo si imbottigliava e commercializzava con successo.

Ma prima del commercio torniamo  alla viticoltura. Pensate che per far nascere  a Carema quella che viene definita viticoltura eroica ma che io preferisco definire  “viticoltura artistico-architettonica”, molto più di un secolo fa vennero create delle “terrazze-piscine”, iniziando con lo spostare o sbriciolare massi enormi.

Una volta creata e consolidata la  “terrazza-piscina”, questa veniva riempita di terra buona (formata soprattutto da sabbia, con piccole percentuali di limo e argilla)  portata a mano dalla valle sulla montagna, perché anche se la piccola vallata di Carema è di origine morenica, sotto la roccia del Monte Maletto c’era solo… la roccia.

Per questo i terrazzamenti di Carema li ho prosaicamente chiamati terrazzi-piscine, perché  vennero riempiti di terra per permettere alla vite di avere un punto di partenza, un po’di terra prima di iniziare a scavarsi una strada dentro la roccia.

Queste viti vennero (e vengono) piantate  quasi appoggiate alla roccia e poi col tempo, crescendo, da una parte le radici affondano nel cuore della montagna e dall’altra i tralci si innalzano e vengono in avanti. Per questo c’è bisogno di organizzarli in una forma d’allevamento che diventa, per me ,arte architettonica: si basa su una serie di travi portanti (summier) e correnti longitudinali (perciè) sorrette dai pilun, colonne di pietra (oggi spesso di cemento o di pietra e cemento), poste sul davanti della terrazza. Quindi ogni terrazza sembra abbia un finestrone sulla valle, sorretto da due o più colonne. Vi garantisco che non si può essere indifferenti di fronte a questo spettacolo dell’ingegno umano.

Considerando che di queste strutture ben poche si trovano in pianura ma quasi tutte abbarbicate, a varie altezze, sulla montagna, l’ingegno umano ha bisogno anche della forza e dello sforzo umano per coltivarle.

Questo sforzo è venuto piano piano a mancare negli anni fino a rischiare di azzerare quello che dovrebbe veramente diventare patrimonio mondiale dell’ Unesco. Si era arrivati quasi a 10 ettari vitati e oggi, grazie anche al fondamentale apporto del Presidio Slow Food,  siamo tornati a 23 e, se tanto dà tanto, i produttori locali affermano che col tempo si potrebbero “riaprire” vigneti per arrivare a quasi 40 ettari.

Voi direte un niente fatto vigna, un qualcosa che non entra nelle statistiche, un puntino nell’immensità enoica, ma i diamanti sono di valore proprio perché ce ne sono pochissimi.

Il diamante di Carema si chiama Nebbiolo,  qui detto picotendro, ma non è da solo: vi sono infatti altre uve iperautoctone (o altri cloni di nebbiolo) che si trovano ogni tanto nei vigneti e che danno il loro apporto a questa viticoltura estrema anche nelle rese basse, tanto che una delle uve che ci ha più colpito è quella che chiamano neyret e che, avendo chicchi molto grossi ma poca sostanza (sembra quasi un’uva da tavola) in definitiva apporta solo massa al vino finito, ovviando un po’ alle scarsissime rese del nebbiolo.

Questo blend  porta a vini che del nebbiolo hanno l’anima, la veste, la raggiante freschezza, l’aggraziata profondità senza dare eccessivo peso  al corpo. Ma qui siamo in Paradiso e il corpo non conta: Dante non ha mai scritto quanto pesava Beatrice ma non per questo la sua bellezza diafana ne ha sofferto.

La cosa particolare è che per fare vini in questo paradiso occorre scendere (anzi salire)  nell’inferno della fatica, perché qua tutto deve essere fatto a mano dopo che i piedi (se sei fortunato puoi fare un pezzo di strada, al massimo, con un’Ape perché le poche vie per la montagna non sono a grandezza d’auto) ti hanno portato in vigna. Considerate che mentre una zona di pianura, magari grazie ad una bella fetta di meccanizzazione, arriva ad avere 250-300 di ore -lavoro l’anno, a Carema si arriva a 1400-1600 e spesso non bastano. Inoltre la viticoltura spesso  ha regole tutte sue: per esempio moltissime viti sono talmente estese e con diramazioni multiple che spesso non sai, in una terrazza, quale vite stai realmente potando e ti basi sul numero di gemme  totali. Inoltre i tempi di vendemmia sono ovviamente dilatati e si arriva, anche adesso, ai primi giorni di novembre (con tutti i rischi che ciò comporta).

Vittorio Garda, Sorpasso, nella sua cantina.

Forse sarò stato maleducato ma a Vittorio Garda, uno dei giovanissimi produttori che da qualche anno (lui dal 2014 con la sua microazienda Sorpasso) sta cercando di salvare e riproporre il Carema, ho dovuto far notare che la sua frase “Sono stato fortunato a poter trovare a Carema belle vigne da lavorare” era da cambiare più realisticamente in “Sono stato fortunato a trovare vigne dove devo salire a piedi ogni mattina, farmici un culo della madonna e guadagnare appena per vivere”.

Infatti uno dei problemi di Carema potrebbe essere sintetizzato in “nel vino la manodopera non viene conteggiata”.  Qui si apre una parentesi che coinvolge la storia del territorio e  la Cantina Produttori di Carema, che produce ottimi, ripeto ottimi, vini a  prezzi che gridano vendetta al cielo tanto sono bassi.

Ma questo è il passato e parte del presente di Carema: piccolissimi fazzoletti di vigna, coltivati per uso familiare nel dopolavoro. In passato le uve si vinificavano in microscopiche cantine con risultati non sempre  positivi, così sia Ferrando (altro produttore storico) che  la Cantina di Carema dovettero attrezzarsi per ricevere queste uve e vinificarle in maniera adeguata. Se Ferrando si è sviluppato e ha cercato di dare un giusto (ma non certo adeguato) valore al sudore per produrre a Carema, la Cantina di Carema continua in una politica che per noi clienti è una mano santa ma che per i produttori locali è una perenne fonte di discussione perché, dati alla mano, un Carema non può costare meno di 30/40 euro alla vendita diretta in azienda.

Ce ne parla anche Federico Santini che assieme alla sua compagna Deborah si è messo dal 2012 a produrre Carema con il marchio Muraje e che giustamente rivendica un giusto prezzo per questo lavoro, che non è solo agricolo ma è di ripristino e conservazione di un bene ( la terra, la montagna) che è di tutti. Purtroppo  dal punto di vista della conservazione gli enti pubblici sono muti e la speranza che qualcosa si possa muovere in futuro risiede nel piccolo gruppo di giovani produttori che assieme a Federico e a Vittorio, stanno spendendo la loro vita per rivalutare questo territorio.

Un territorio che, come accennato produce dei Nebbiolo particolari: dai colori più scarichi rispetto alla Langa ma con un nerbo e una freschezza che li rende molto particolari e accattivanti. Il corpo c’è, tranquilli! Prima ho scritto il contrario ma erano parole da innamorato in veste platonica: assaggiando infatti sia i nuovi vini di Vittorio e di Alessandro, che le etichette storiche di Ferrando e della cantina di Carema il corpo certo non manca ma è un fattore meno influente  per l’eleganza del vino, che si dipana da un’importante e solare acidità per poi sciogliersi in tannini dolci, fini ma decisi.

Proprio quelli che troviamo nei vini del giovane  Vittorio Garda e della sua piccola azienda Sorpasso, assaggiati nella cantina nata da pochissimi anni. Con Vittorio ho avuto il primo approccio alle vigne e ai vini di Carema, prima arrampicandomi comei  mufloni tra quei sontuosi vigneti mentre il sole stava tramontando e poi, rientrando a notte fatta, per essere accolto da alcuni assaggi che hanno lasciato il segno, specie quelli molto esplicativi da barrique, con diversità talmente marcate tra zone e esposizioni da farti pensare che le pochissime bottiglie prodotte dovrebbero essere ancora suddivise in piccolissimi imbottigliamenti “per cru”. Cosa impossibile, lo sappiamo, ma anche una microzona come Carema ha comunque enormi diversità dovute all’altezza e alle esposizioni.

Muraje, cantina.

Ce lo confermano i vini di Muraje, cioè  Federico e Deborah Santini, anche loro da pochi anni approdati a Carema e ancora da meno istallati in una microscopica cantina dove non c’è spazio per sedersi ma sicuramente c’è tutto lo spazio per godere di vini freschi ma già eleganti, nervosi, con diversità marcate e colori brillanti. Ancor più brillante, grazie ad un sole meraviglioso, è stato il percorso fatto in piedi sul pianale di un’ape per arrivare ai loro vigneti, dove Federico ci fa una vera e propria lezione sulle varie uve di Carema. Fermo restando infatti il Nebbiolo in zona si trova anche il già citato neyret (o neretto, termine comunque generico perché nel Canavese sotto il nome Neretto si trovano varie uve) il neyret gamba rossa, il ner d’ala, la vernassa (probabilmente sinomini  ma ancora la cosa non è chiara)  e oramai pochissimo pugnet, probabilmente un clone di nebbiolo esistente solo a Carema, i cui tralci lunghissimi passavano addirittura sopra alle strade creando così delle specie di incredibili  gallerie enoiche.

I vini di Vittorio, Federico e Deborah mostrano quella che potremmo definire  “modernità”, data non solo da legni piccoli ma dalla voglia di presentare questi vini una veste diversa, mantenendo intatta la grande storia agraria da cui provengono.

Una storia impersonificata dalla Cantina Produttori Nebbiolo di Carema, nata alla fine degli anni ’50 del secolo scorso e divenuta  il simbolo della “resistenza enoica” di questo territorio. I loro vini (assieme a quelli di Ferrando) sono stati per anni la piccola lampada che rischiarava le ombre che gravavano su questa terra, dove in passato la lotta per queste due aziende è stata riuscire a proporsi come centro di raccolta per le uve di molti piccoli produttori a carattere familiare, così da evitare vinificazioni “in famiglia” che quasi sempre apportavano difetti più che pregi ai vini. Oggi sono quasi quarantamilale bottiglie di Carema prodotte ogni anno dalla Cantina Produttori di Carema e vendute a prezzi, come accennato, incredibilmente bassi, specie se si considera l’altissima qualità dei vini, molto più tradizionali come impostazione, rispetto a quelli di Sorpasso e Muraje .

Roberto Ferrando

L’altra “colonna resistente” del vino di Carema è Ferrando. Roberto Ferrando, mentre assaggiamo i suoi vini, divisi nelle due storiche etichette (molto interessante anche l’Erbaluce)  ci parla della storia loro e di Carema, delle difficoltà passate (per fortuna) nel proporre al mondo un nebbiolo così particolare, unico se vogliamo. Oggi la situazione è diversa ma soprattutto all’estero e questo ripaga, ma solo in parte, i tanti sforzi fatti a partire dal 1957, quando Giuseppe Ferrando iniziò  prima a raccogliere uve e vini e poi a vinificare in proprio il Carema.

In conclusione spero che abbiate letto l’articolo fino in fondo ma soprattutto abbiate guardato le foto che ho pubblicato: solo quello porta non solo a sorprendersi ma ad amare profondamente questa terra e i vini che vi nascono.

Spero di tornare presto a Carema, perché devo conoscere ancora tanti piccoli produttori, apprezzare i loro vini e soprattutto  capire come si riesca a vivere producendo 3000-4000 bottiglie all’anno, lavorando 3-4 volte in vigna più della stragrande maggioranza dei produttori ed essere felici.

 

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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