InvecchiatIGP: Lacrima di Morro d’Alba DOC Rubico 2004, Marotti Campi3 min read

In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Esistono bottiglie che non si limitano a essere buone: fanno domande. Il Rubico 2004 di Marotti Campi è una di queste, e la domanda che pone riguarda un vino/vitigno, il Lacrima di Morro d’Alba, e il pregiudizio silenzioso che lo accompagna: quello di essere un vino dell’immediato, bello e fragrante ma poco incline a invecchiare con dignità.

Per capire come sia possibile che un’etichetta del genere rimetta in discussione questa lettura, vale la pena partire da chi la produce. I Marotti sono a Morro d’Alba dalla metà dell’Ottocento: non una startup del vino naturale, non un progetto di ritorno alla terra, ma una famiglia che conosce questi suoli argillosi da generazioni. Oggi l’azienda conta circa 50 ettari e dalla fine degli anni ’90 — con la costruzione della nuova cantina — ha scommesso con decisione sulla qualità degli autoctoni marchigiani, cercando un equilibrio tra identità territoriale e precisione espressiva che non sempre il mercato sa apprezzare subito.

Lorenzo Marotti Campi

Il Lacrima, in questo contesto, non è mai stato un ripiego. È un vitigno raro, confinato in un areale ristretto della provincia di Ancona, plasmato da suoli argillosi e dalla vicinanza del mare: uno dei pochissimi rossi aromatici italiani, con quella firma olfattiva di rosa, viola e spezie che lo rende immediatamente riconoscibile. Ed è proprio questa seduzione immediata a condannarlo nell’immaginario comune a una dimensione di gioventù, come se la bellezza esplicita escludesse la profondità.

Il Rubico nasce da uve Lacrima in purezza, vinificate prevalentemente in acciaio per preservarne la fragranza. Un vino pensato, nelle intenzioni, per essere bevuto presto. Vent’anni dopo, quella intenzione racconta solo metà della storia.

Il colore è ancora rubino, percorso da riflessi granato che suggeriscono evoluzione senza cedimento. Al naso la centralità floreale si è ritirata per lasciare spazio a qualcosa di più oscuro e interessante: cola, radici, liquirizia, tamarindo, erbe officinali, una balsamicità che ricorda gli amari. Non è un vino che ha perso il filo, è un vino che ha cambiato discorso mantenendo la stessa voce. In bocca si muove con una leggerezza quasi ingannevole, sorretto da un’acidità integra e da tannini che il tempo ha levigato completamente: gioca di tensione più che di massa, e chiude lungo, speziato, pulito, con una vitalità che non ti aspetti.

È qui che il Lacrima di Morro d’Alba rivela qualcosa che raramente gli viene riconosciuto: la capacità di attraversare il tempo senza dissolversi, di trasformarsi senza tradirsi. Una faccia nascosta di un vitigno che il mercato ha frettolosamente catalogato, e che bottiglie come questa continuano, pazientemente, a smentire.

Andrea Petrini

Andrea Petrini, il “giovin fanciullo” del gruppo. Il suo giornale online è Percorsi di vino.


LEGGI ANCHE