Per capire se i profumi (e i puzzi) possano passare di moda. Segue dibattito1 min read

Naturalmente non mi riferisco ai profumi  pubblicizzati in televisione ma a quelli del vino e il discorso non sarà semplice.

Ci vorranno tempo e spazio per cercare di fare chiarezza, almeno in me stesso. Per adesso però voglio solo scrivere in libertà alcuni quesiti a cui proverò, in futuro, a rispondere.

 

Siamo sicuri che i profumi (o le puzze) del vino non siamo una semplice moda?

Perché 20 anni fa i vini più sapevano di legno e più erano buoni ed ora vengono demonizzati?

Perché il frutto della passione rappresentava un varietale che si trovava solo a  Marlborough e adesso lo sentiamo da ogni parte?

La pipì di gatto era pipì di gatto anche 20 anni fa?

Perché un müller  thurgau trentino è dal punto di vista aromatico completamente differente da qualsiasi altro vino di altra  nazione fatto con quel vitigno? Quale è il vero müller  thurgau?

Mi ricordo che 40-50 anni fa i trebbiano che producevano tanti contadini toscani erano ossidati dopo due mesi e gialli come un pulcino. Allora era un difetto, perché oggi per molti vini è invece un pregio?

Il brett è un pregio o un difetto? Se è un difetto perché tanti vini con sentori di brett vengono osannati?

Siamo tutti d’accordo su cosa si intende per puzzo o per profumo?

Le tante classificazioni di aromi sono vere o false? Se vere sono sempre attuali e se non lo sono perche?

Si accettano consigli, pareri, offese, silenzi.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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  • A.R.

    Ciao Carlo, i quesiti che poni non sono affatto banali, anzi del tutto legittimi. Io sono della scuola “less is more”, del togliere più che aggiungere, e francamente non capisco (ma forse è un mio limite) quando qualche degustatore seriale comincia ad elencare i profumi di un vino, che possono andare dal “sapone di Aleppo” al “cumino dei prati”. E non sto inventando, li ho trovati scritti. Trovo sempre più spesso vini che vogliono colpirci con effetti speciali, con il risultato che sembra di mettere il naso in una profumeria. Il sospetto, in questi casi, è che si tratti di vini costruiti a tavolino, dove la mano dell’enologo è intervenuta in maniera pesante. Non è forse il momento di spostare l’attenzione sui “sapori” del vino per ritrovare davvero il “sapore” di un terroir? Le ultime riflessioni di Sandro Sangiorgi (Il vino capovolto) e Fabio Pracchia (I sapori del vino) sembrano andare proprio in questa direzione. Amadio Ruggeri

  • antoine luginbühl

    Ciao Carlo, be per aggiungere un anedotto a quello che dice Amadio Ruggeri, un cliente di passaggio, belga, che aveva partecipato a corsi di degustazioni, mi chiese cosa avrebbe dovuto pensare quando il docente disse che il vino assaggiato aveva l’odore di “stupro di lepre in calore”! Io li chiesi perché non si era messo a ridere….
    Per tornare ai profumi credo che parte della risposta è dalla parte del consumatore nell’ordine gusto e moda, dalla parte del produttore anche qui nell’ordine moda, marketing e gusto.

  • Maurizio Gily

    Tra il naso e il giudizio c’è un filtro culturale,e questo è tanto più influenzato dalle mode, quanto più il degustatore si ritiene esperto e informato, mentre il consumatore “naif” applica l’utilitarismo manicheo di Andy Luotto: “buono, non buono” (questa la ricordano solo gli anziani), fin tanto che qualcuno non gli racconta che il vino “va spiegato”. E quando la spiegazione viene assorbita, c’è l’unifomazione alla moda del momento. Quella attuale è quella che hai descritto, ma in verità vale solo per una piccola parte dei bevitori di vino. Il ristoratore figo compra il vino brettato ma figo, ma poi glielo rimandano indietro dal tavolo e non lo compra più. E così la moda, come diceva Dalì, è quella cosa che passa di moda.

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