Abbiamo intervistato Angelo uno dei quattro fratelli Negro (L’azienda si chiama Angelo Negro, proprio come l’intervistato) che con il loro Roero Arneis Docg Riserva Sette Anni 2019 hanno ottenuto il riconoscimento di Miglior Bianco Italiano. Con Angelo abbiamo parlato dei loro vini, del Roero e della Langa, della loro storia e di molte altre cose, dall’andamento della vendemmia 2026 ai milioni di lombrichi che, “gratuitamente”, lavorano per loro.
Winesurf: “Prima di parlare dei vini e dell’azienda due parole sull’annata: avete vigne in Roero, a Barbaresco e nel Barolo, quindi sei perfetto per fare il punto sull’annata dei bianchi e dei rossi. Com’è andata?”
Angelo Negro: “Per noi L’annata è terminata ufficialmente il 29 settembre. La primavera molto piovosa e le montagne piene di neve ci hanno permesso di riempire le falde e di non avere problemi fino almeno a fine giugno. Poi è iniziata la torrida estate e siamo stati in difficoltà più per lo stress termico che idrico. Questo soprattutto nelle vigne più vecchie ma in quelle giovani, con scarso apparato radicale, ci sono stati anche problemi idrici.”
W. “Ma c’è stata una vendemmia molto anticipata, sia in Roero che in Langa.”
A.N. “Si, per assurdo ho raccolto prima a Barbaresco, perché il mio cru, il Basarin, è molto esposto a sud, poi a Barolo e poi ho terminato con i Roero più importanti.”
W. “Son finiti i tempi i cui si finiva di vendemmiare ai primi di novembre.”
A.N. “L’ultima vendemmia di quel genere è stata il 2004, quando abbiamo finito il 7 novembre.”
W. “Insomma da produttore di vino a cui bisogna sempre amichevolmente fare un po’ di tara, quanto dai all’annata dell’Arneis?”
A.N. “L’Arneis, come tutti i bianchi, per me è da 5 stelle.”
W. “Ma l’acidità era a posto?”
A.N. “Noi controlliamo soprattutto l’acido malico, quando scende sotto il grammo per litro raccogliamo. Abbiamo iniziato il 18 di agosto finendo verso i primi di settembre.”

W. “Ai nebbioli invece quanto dai?”
A.N. “Dal punto di vista sanitario sono molto belli, bisogna valutare cosa il caldo ha fatto scaturire a livello di polifenoli e soprattutto a livello di tannini.”
W. “Ma che voto gli dai adesso?”
A.N. “Gli darei 4 stelle e in previsione futura ci sarà una bella differenza tra vigneto e vigneto.”
W. “Queste 4 stelle valgono solo per il Roero o anche per Barbaresco e Barolo?”
A. N. “In generale sono molto simili. Per quanto mi riguarda il Barbaresco forse ha un punto in più del Barolo. Comunque quest’estate i vigneti non erano certo da fotografia. Abbiamo fatto una viticoltura più da Sicilia e da Puglia: si cimava pochissimo, lasciavamo le foglie a coprire i grappoli.”

W. “Lasciamo stare l’annata che, anche se ho qualche dubbio, a sentirti pare sia andata abbastanza bene. Iniziamo a parlare di voi con un minimo di storia aziendale.”
A.N. “Siamo un’azienda familiare, ci chiamiamo Angelo Negro per mio nonno. Siamo quattro fratelli in società e naturalmente ci sono anche papà e mamma. La nostra storia risale addirittura al 1570.”
W. “Sono passati tanti anni indubbiamente.”
A.N. “Certo, nelle nostre campagne in passato c’era tanta coltivazione di canapa, di pesche ma il cambiamento importante è avvenuto nel 1970-71, quando mio padre, assieme ad altri quattro viticoltori di Monteu Roero, vinificò per la prima volta l’Arneis secco. In precedenza c’erano dei commercianti che compravano l’uva per fare vermouth a Torino e poi Vietti comprava già le uve in zona e produsse il primo Arneis imbottigliato credo nel 1967/1968.”
W. “Quindi il primo Arneis in Roero e del 1971. Ma è vera la storia che veniva piantato tra i filari e la strada per non far prendere la polvere ai nebbioli e alle barbera?
A.N. “ No, in realtà veniva messo in mezzo ai nebbioli, che erano già le uve più pregiate, per attirare gli uccelli che così mangiavano l’uva bianca e non il nebbiolo. In più veniva vinificato dolce perché usato come mosto parzialmente fermentato: si filtrava con i sacchi olandesi (metodo storico per filtrare i mosti) e si produceva un mosto con 4-5 di alcol che veniva utilizzato per battesimi, cresime etc, che di solito avvenivano in primavera. Però quel vino non aveva stabilità e profumi così mio padre, pensando anche che il moscato era 10 volte più profumato, partì con l’arneis secco. Bisogna comunque riconoscere i meriti di aziende come Vietti e Bruno Giacosa, che hanno portato il Roero Arneis secco nel mondo.”
W. “A questo punto in Roero quanto armeis c’è?”
A.N. “Siamo sui 6.5 milioni di bottiglie e sui 1000 ettari.”
W. “È il vitigno più piantato in Roero.”
A.N. “Assolutamente si!”

W. “Dove pensate di arrivare con il numero di bottiglie, a 8 milioni?
A.N. “Per adesso lo governiamo, non abbiamo problemi di giacenze, e si piantano 10-20 ettari all’anno, soprattutto i giovani produttori che vogliono ampliarsi un po’.”
W. “Quali sono i terreni più adatti per l’Arneis?”
A.N. “Il Roero è diviso in tre zone: la parte più a nord verso Montà, quella che punta verso Torino, dove sono i terreni più giovani, ha un po’ di scheletro e residui ferrosi: qui si producono Arneis molto acidi ma meno minerali rispetto alla parte centrale del Roero che è la parte delle sabbie d’asti. Poi c’è la parte più a sud, quelle di Guarene, dove c’è più argilla, più marne: i vini sono strutturati ma forse mancano un po’ di mineralità.”
W. “Se anagrammi la parola arneis, senza lavorarci tanto vengono fuori resina e sirena: quindi è un vitigno che, dal punto di vista grammaticale, è molto duttile, lo è anche dal vivo?
A.N. “Veniva chiamato, sbagliando, nebbiolo bianco. A livello viticolo non ha grosse difficoltà di gestione agronomica ma devi, sui nostri terreni sabbiosi, non mandarlo in stress. Non è comunque un arneis, come si diceva in Piemonte parlando di persone difficili da gestire, da inquadrare.”
W. “Prima domanda cattiva: gioco della torre. Per salvare il territorio devi “buttare di sotto” un’uva tra barbera, nebbiolo e Arneis: chi butti?”
A.N. “Butto la Barbera!”
W. “C’avrei scommesso un milione di dollari! Seconda domanda cattiva: In generale vi siete buttati sull’Arneis dopo che per anni il Roero non è riuscito a sfondare?”
A.N. “Bella domanda: la Doc del Roero è del 1985, la Doc dell’Arneis e del 1989, ma il Roero ha sempre avuto difficoltà per la vicinanza con Barolo e Barbaresco. In questo momento stiamo andando bene con il Roero che si attesta a 500.000 bottiglie ma l’Arneis sta per arrivare a 7 milioni.”
W. “Quindi si può dire che l’Arneis adesso è il vino del Roero.”
A.N. “L’Arneis è quello che salva i viticoltori e le cantine del Roero.”
W. “Terza domanda cattiva: vi siete messi a invecchiare l’Arneis per vedere di alzare un po’ il prezzo anche dell’Arneis base?”
A.N. “No, ma ci vuole un po’ di tempo per spiegarla. Mi sono laureato nel 2000 e mio padre mi mette in mano le vigne aziendali. Non c’era niente di scritto, nessuna informazione o dati sulle vendemmie precedenti. Sono partito vinificando ogni singolo vigneto di arneis in serbatoi diversi e ho imbottigliato 1000 bottiglie per ogni partita: questo per capire cosa avevo tra le mani. Da lì abbiamo fatto degustazioni per sei anni e così abbiamo visto varie differenze, tra cui la vigna del Sette anni, che si trova nella sottozona Prachiosso, nei primi quattro anni sembrava acqua e limone, non sapeva di niente, ma dal quinto anno in poi iniziavano ad uscire gli idrocarburi, la pietra focaia, lo zafferano. L’ho fatto assaggiare ad amici giornalisti e per farla breve dal 2004 è partita la produzione e ne faccio circa 4000 bottiglie annue. Potrei anche farne di più ma gli spazi in cantina non sono facili da trovare perché sette annate imbottigliate prendono spazio.”
W. “Ci sono anche altre aziende in Roero che fanno Arneis molto invecchiati. Ma questa tendenza è uno sviluppo logico dell’Arneis o un modo per “tirarlo per la giacchetta”?”
A.N. “Secondo me è una maturità del territorio e dei produttori, nel senso che questi Arneis devono nascere da vigne vecchie e per esempio il mio vigneto è del 1980. Poi abbiamo cambiato il disciplinare inserendo la Riserva per fa capire la differenza con un Arneis giovane e le qualità dei nostri terreni.”
W. “Che caratteristiche ha il 7 anni, come viene fatto?”
A.N. “In vigna diradiamo, cosa che non viene fatta per gli altri Arneis, arrivando ad una resa attorno ai 50/60 q.li a ettaro. Raccolta manuale, pressatura senza macerazione, mosto in chiarifica statica per due giorni, poi lo fermentiamo in acciaio e lo affiniamo in cemento per sei mesi.”
W. “Lo lasci sulle fecce?”
A.N. “Si, sulle fecce per sei mesi, poi viene imbottigliato e lasciato riposare per sette anni. Non faccio altro. La cosa importante è trovare il momento giusto per metterlo in bottiglia, cercando di capire al meglio ciò che stanno facendo le fecce. Se imbottiglio al momento giusto poi il vino va in riduzione e alla fine escono aromi tipo pietra focaia o zafferano. Se fosse troppo maturo il vino andrebbe in ossidazione e questi aromi non ci sarebbero.”

W. “Complessivamente quanti ettari avete di arneis e quante bottiglie ne fate?”
A.N. “Abbiamo 35 ettari e produciamo attorno alle 300.000 bottiglie.”
W. “Con la moda dei bianchi pensate di aumentare ettari e bottiglie?”
A.N. “L’azienda ha già dimensioni importanti, crediamo sia giusto fermarsi qui.”
W. “È vero che negli USA avete avuto problemi a vendere il vino con su scritto Negro in etichetta?”
A.N. “Assolutamente si, li abbiamo avuti e li abbiamo tutt’ora: per esempio quando dobbiamo registrarsi su qualche sito, anche a Londra, veniamo subito bloccati. Per questo abbiamo cambiato il nome all’azienda chiamandola Angelo Negro e così riusciamo ad andare avanti. Pensa che negli USA dei sommelier professionisti di colore si rifiutavano di servire un vino “Negro” perché si sentivano umiliati.”
W. (Rido)
A.N. “Tu ridi ma per noi è stato un grosso problema.”
W. “Passiamo ad altro: quando i Negro si mettono attorno ad un tavolo cosa bevono?”
A.N. “Nel quotidiano Nebbiolo e Arneis, nei giorni di festa o comunque non di lavoro solo vini fuori dal territorio.”
W. “A parte il tavolo, visto che siete quattro fratelli con vostro padre che è comunque sempre attivo, come vi dividete il lavoro in azienda?”
A.N. “Mio padre, anche se ha i suoi anni , va ancora molto a giro in Italia a fare affiancamento. Gabriele, che è il primogenito, segue la parte viticola, io seguo la cantina e il personale che lavora a determinate operazioni viticole. Naturalmente in cantina sono supportato da tre enotecnici. Mia sorella Emanuela fa ufficio e viaggia all’estero specie nei mercati asiatici e poi c’è Giuseppe che segue Svizzera e Germania e poi gestisce il Ciabot San Giorgio, il nostro “agriwinebar” che abbiamo qui a Monteu Roero.”
W. “C’è un vino, in Italia o nel mondo, che proprio non sopporti?”
A.N. “Forse certi sauvignon malfatti: se sanno di foglia di pomodoro o se sono troppo crudi non mi piacciono.”
W. “Questa domanda potremmo definirla “un po’ sporca”: come stanno i lombrichi?”
A.N. “I lombrichi stanno bene ma questa estate ho dovuto bagnarli sennò seccavano pure loro.”
W. “Noi parliamo di lombrichi ma magari chi ci legge non conosce questo vostro lavoro: potresti spiegarlo?”
A.N. “Noi produciamo da più di trenta anni un humus da lombrico. Abbiamo la fortuna che qua attorno ci sono stalle da carne e da latte di qualità. Noi seguiamo la linea latte perché gli animali non sono bombardati con medicinali tipo antibiotici o altro e quindi il letame è più “digeribile” dai lombrichi. I lombrichi mangiano il letame da noi compostato con stralci di vendemmia e sfalci di erbe. Facciamo un cumulo dove il lombrico alla prima pioggia entra dentro e rimane lì per 6-7 mesi. Il segreto è di rifare un altro cumulo di letame fresco accanto a quello vecchio e quando hanno finito di “mangiare” in quello vecchio con la prima pioggia i lombrichi si spostano in quello nuovo.”
W. “E così questi lombrichi vi “preparano gratuitamente” il compost da usare nelle vigne.”
A.N. “ Questo è quello che dice sempre mio padre: “Ho milioni di lombrichi che lavorano gratis per me”. Ma un anno mio padre li ha “pagati”: ho fatto il cumulo troppo vicino al suo orto personale ed è successo un disastro: lui ha piantato i finocchi e i lombrichi sono scappati per andare a mangiare tutti i finocchi.”
W. “Ciò dimostra che anche i lombrichi hanno un palato fine.”

(Ridiamo)
W. “Secondo te, guardando anche il successo planetario dei vini di Langa, dove ha sbagliato il Roero?”
A.N. “Per me non ha sbagliato, ha saputo attendere e abbiamo sempre camminato facendo passi normali, mai più lunghi della gamba. In questa fase di mercato, dove si ricerca eleganza e finezza, i nostri vini piacciono parecchio. Magari ha sbagliato qualcosa in passato, forse spinto dalle guide di settore che puntavano sull’uso eccessivo del legno, ma i nostri vini non avevano e non hanno bisogno di quello.”
W. “Potrei definirla domanda fuori disciplinare. In toscana per anni si è fatto il Chianti con una parte di uve bianche, secondo te per rendere più pronto, meno alcolico e armonico il nebbiolo un po’ di arneis non ci starebbe bene?”
A.N. “Il primo disciplinare del Roero prevedeva, nel 1985, il 3% di Arneis. Questo perché c’era già il Nebbiolo d’Alba che era 100% nebbiolo e il disciplinare doveva essere diverso ma non credo che qualcuno ce l’abbia mai messo.”
W. “Ma tu hai mai fatto prove di questo tipo?”
A.N. “No, credo comunque che lo ammorbidirebbe ma i nostri tannini roerini non hanno bisogno di essere arrotondati . Per me diluirebbe il Roero e basta.”
W.”Qual è il tuo vino che ami di più?”
A.N. “Sicuramente l’Arneis Sette Anni e il Roero Sudisfà.”
W. “E il vino italiano che ami di più?”
A.N. “Amo molto il Chianti Classico.”
W. “Puoi fare dei nomi ma prima ti chiedo una cosa: ami più il Chianti Classico annata o la Gran Selezione o la Riserva?”
A.N. “Ma, sulle Gran Selezioni non mi esprimo, all’inizio non mi piaceva questo nome . Comunque amo di più i vini Chianti Classico d’annata.”
W. “A questo punto puoi fare qualche nome chiantigiano.”
A.N. “Anche se adesso Paolo De Marchi ha venduto, Isole e Olena mi piace parecchio.”