Non v’è dubbio: questa è l’estate dei rosati. Tra eventi, concorsi e una presenza costante sulle tavole regionali, i vini rosa pugliesi stanno dominando la scena, confermandosi il partner ideale per la gastronomia regionale. Ma il successo di oggi è solo il riflesso di un quadro enologico in profonda evoluzione, che si sta finalmente affrancando dall’etichetta di “vino stagionale”.
I dati suggeriscono una svolta: secondo la ricerca ReAnim, il 30% degli appassionati sceglie il rosato tutto l’anno, rendendolo l’unica categoria — insieme agli spumanti — capace di crescere in un mercato altrimenti in stagnazione. A guidare questa scelta è una percezione nuova: il rosato viene visto come un prodotto più leggero e accessibile, con il 28% dei consumatori che lo predilige proprio per il suo grado alcolico contenuto.

La Puglia, fedele alle sue radici, naviga abilmente tra tradizione e innovazione. Se da un lato resta saldo il legame con i grandi classici — il Negroamaro del Salento, il Bombino nero di Castel del Monte e il Montepulciano di San Severo — dall’altro il panorama si è fatto decisamente più audace. La scena si apre a nuovi interpreti come il Susumaniello e il Nero di Troia, pronti a sfidare le convenzioni. Persino il Primitivo, re indiscusso dei rossi, sta dimostrando una versatilità sorprendente, pur ponendo una sfida tecnica notevole: gestire la sua prepotente carica antocianica per ottenere un colore cromaticamente impeccabile non è affatto scontato.
Tuttavia, il percorso è ancora lungo. Siamo in una fase di transizione: sebbene si lavori per alleggerire colore e struttura, siamo ancora distanti dal concetto diffuso di “vigneti dedicati”, preferendo spesso cavalcare l’onda del mercato. Ma l’opportunismo, si sa, non paga nel lungo periodo. La sfida che attende i produttori pugliesi è ora strategica: serve il coraggio di abbandonare i modelli di imitazione per puntare su una visione identitaria forte, capace di trasformare un trend estivo in un pilastro del consumo consapevole tutto l’anno.
C’è anche da sottolineare che annate come la 2025, certamente non aiutano a programmare scelte così strategiche. Nello specifico la 2025, lodata per la sua esuberanza produttiva (8,4 milioni di ettolitri) e per la sanità delle uve, ha posto non pochi problemi a partire dall’anticipo della vendemmia. Entrando ancora maggiormente nel merito, se la maturazione tecnologica (acidità e zuccheri) non ha avuto grandi problemi. Più complessa la situazione se si guarda alla maturazione fenolica, che ha consegnato uve dai riscontri olfattivi maturi, ma spesso venati da sottofondi vegetali mostrando una maturazione non completamente svolta.

Dal punto di vista olfattivo la maturità anticipata, si è palesata con toni di ciliegia, prugna, fiori di campo e molto più raramente nei classici sentori di frutti di bosco, melagrana, agrumi e sfumature floreali. Dal punto di vista gustativo, se piacciono vini di una certa struttura, questa è l’annata giusta, registrando vini di una buona concentrazione estrattiva a scapito spesso di finezza ed eleganza.
In annate come questa, che ormai in futuro forse dovremo considerare come “classiche”, tutto si giocherà soprattutto in vigna con la gestione dell’apparato fogliare ed un uso (dove possibile) dell’irrigazione, che potrebbe diventare non più di soccorso ma sistematica.
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