A venticinque anni è entrata nella lista dei cento Under 30 di Forbes Italia, ma prima ancora è diventata uno dei volti simbolo di una nuova generazione di produttori che sta cambiando il racconto del vino calabrese.
Matilde Piluso non ama la retorica del riscatto. Preferisce parlare di consapevolezza, di identità ritrovata e di una Calabria che non ha più bisogno di inseguire modelli esterni per affermare il proprio valore. Insieme alla famiglia guida Tenuta del Travale, una minuscola realtà vitivinicola di Rovito, sulle colline della Presila cosentina, dove appena due ettari di vigne terrazzate coltivate a Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio hanno contribuito a riscrivere la percezione del vino calabrese contemporaneo.
Una sorta di “cantina garage” calabrese, nata dalla convinzione che il piccolo possa essere sinonimo di eccellenza, dove la cura maniacale del dettaglio, l’artigianalità e una forte visione culturale precedono qualsiasi logica di crescita quantitativa.
In questa conversazione Matilde racconta il recupero identitario del Nerello in Calabria, il ruolo delle nuove generazioni, il rapporto tra comunicazione e produzione, le sfide del vino contemporaneo e ciò che il vino calabrese dovrebbe finalmente smettere di temere: il confronto con gli altri grandi territori italiani.

“Tenuta del Travale nasce dal recupero di un fondo abbandonato nel 1993 e dal successivo reimpianto del 2007 con Nerello Mascalese e Cappuccio, fino a diventare oggi una microazienda familiare fondata su una visione molto precisa di “piccolo è bello”, artigianalità e forte identità culturale oltre che agricola. Cosa vi ha spinto, all’origine, a intraprendere questo percorso e come si è trasformata nel tempo quella scelta iniziale?“
“C’è sempre stato un legame profondo con la terra nella mia famiglia. Mio padre è sommelier per passione e mio nonno era agronomo. Mia madre, poi, possiede una particolare sensibilità e una naturale inclinazione alla cura e alla bellezza delle cose. Io ho avuto la fortuna di ereditare quella che fu una felice intuizione, certamente coraggiosa e, per certi versi, visionaria. I miei genitori scelsero infatti di dedicare due dei cinque ettari della Tenuta alla coltivazione del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio: due vitigni autoctoni calabresi che, nel 2007, erano pressoché scomparsi dalla regione e generalmente associati ad altri contesti produttivi. Oggi quella scelta trova una sua piena legittimazione: il Nerello è finalmente riconosciuto come figlio di questi luoghi e viene coltivato in diverse aree della Calabria.”
“La scelta di puntare sul Nerello Mascalese in Calabria è molto precisa e non scontata. Il Nerello Mascalese porta con sé un immaginario fortemente etneo. In Calabria avete mai avuto la sensazione di doverne continuamente affermare la legittimità territoriale?“
“Sì, in un certo senso sì. È stata una forma di riemersione e di riappropriazione identitaria. In Calabria si era persa la memoria di un vitigno che, in realtà, da sempre le appartiene. Il territorio è particolarmente congeniale a queste uve, che richiedono condizioni molto precise. Ma non si è mai trattato di una battaglia: il Nerello prodotto sull’Etna rappresenta semplicemente una diversa declinazione del vitigno, inevitabile conseguenza di differenti condizioni pedoclimatiche.”

Tenuta del Travale è quasi una “cantina garage”, con produzioni molto limitate e un approccio artigianale radicale. Hai mai avuto paura che il successo e i riconoscimenti possano snaturare questa dimensione intima?
“No, anzi. All’inizio, considerata la realtà enologica del tempo, i riconoscimenti avevano quasi una funzione politica: dimostravano che la Calabria esisteva e che poteva esprimere eccellenza e qualità. Oggi, naturalmente, il dialogo è cambiato. La Calabria è diventata un nuovo centro e non più una periferia. Non è più una terra che chiede riscatto, ma una terra che ha acquisito consapevolezza. La dimensione intima dell’azienda, però, non ha mai subito condizionamenti. Siamo nati piccoli per restare tali, anche per ragioni produttive. La cura è maniacale, l’attenzione alla qualità quasi ossessiva e l’approccio produttivo è profondamente zero-interventista. Conosciamo ogni pianta e ogni grappolo. Per noi il piccolo è bello, perché soltanto dimensioni contenute consentono di mantenere quella coerenza e quell’integrità necessarie quando si afferma di produrre vini di qualità.”
“La vostra azienda contribuisce oggi a delineare una nuova immagine della Calabria del vino, più colta e consapevole, in cui il “piccolo è bello” diventa anche una scelta identitaria. Vi sentite più interpreti di un territorio già dato o coautori della sua nuova identità?“
“I territori non si scoprono: si interpretano. Ci piace pensare di aver contribuito a valorizzare potenzialità inespresse ma certamente preesistenti. La Calabria, non a caso, era l’antica Enotria.”
“In una recente intervista al Gambero Rosso hai detto che la Calabria del vino non è più una “Cenerentola”. Quali fattori, secondo te, hanno determinato questo riscatto?“
“L’innalzamento qualitativo degli standard produttivi, sia in termini di competenze sia di applicazione concreta da parte dei produttori, accompagnato da una crescente sensibilità istituzionale verso il comparto.”
“Visto che la Calabria del vino sta diventando sempre più un territorio “di moda”, non temi che, come accaduto ad altri territori emergenti italiani, questa attenzione possa portare anche a una perdita di autenticità e spontaneità?!
“Non credo che lo sviluppo turistico, culturale e sociale di una regione possa essere confuso con la contaminazione. L’autenticità di un luogo può essere preservata anche quando quel luogo diventa desiderabile. Se è vero che nessun uomo è un’isola, non possiamo rischiare di annegare nell’isolamento. La Calabria merita di essere scoperta e, con essa, i suoi prodotti, che rappresentano un unicum. Di più, la Calabria possiede gli anticorpi culturali e socio-ambientali necessari per non ridursi a una semplice meta modaiola e continuare a essere un luogo di sostanza.”
“Tu appartieni a una generazione che sa produrre vino ma anche comunicarlo. Oggi, secondo te, è più difficile fare bene il vino o raccontarlo bene?“
“Nessuna di queste due dimensioni può vivere senza l’altra. Fortunatamente, essendo un’azienda familiare, non esistono rigidi formalismi. Non lavoriamo per compartimenti stagni, ma secondo inclinazioni naturali. Mia sorella Carlotta segue maggiormente la parte produttiva, io quella commerciale. Nessuna delle due, però, è estranea al lavoro dell’altra. Produzione e comunicazione devono vivere in una continuità profonda. Fare vino è un’opera complessa; raccontarlo lo è altrettanto. Un racconto credibile, però, nasce sempre e soltanto da una presenza reale in vigna.”
“Questa forte presenza di giovani produttori e comunicatori sta davvero cambiando il sistema vino o rischia di entrare dentro schemi già esistenti?“
“Ogni nuova generazione che si avvicina a settori tradizionali porta inevitabilmente elementi di novità. È il risultato di un passaggio storico, di una diversa sensibilità e, talvolta, di una maggiore attenzione verso le mutate esigenze imprenditoriali e culturali del nostro tempo.”

“Negli ultimi anni il vino sembra oscillare tra lusso e crisi identitaria: dealcolati, mode passeggere, consumo più veloce. Secondo te cosa cercano oggi i giovani nel vino?“
“Se è vero quanto detto finora, è anche vero che esistono dinamiche sociali immutabili che da sempre influenzano il mercato. Seguire una moda, paradossalmente, mentre omologa, restituisce al tempo stesso l’illusione di essere speciali e di appartenere a una nicchia, che spesso finisce per essere profondamente banalizzata. È un meccanismo antico e, per certi aspetti, inevitabile. Allo stesso tempo esistono giovani consapevoli e poco sensibili alle tendenze del momento. Ho avuto la fortuna di incontrare persone giovani, estremamente competenti e professionali, che osservano il presente senza sterili contrapposizioni, guardano al passato e ne traducono il significato per il futuro. Esiste poi una verità semplice e ineludibile: il vino, che sia dealcolato, naturale o coltivato sulla luna, o è buono oppure non lo è. E questo, in fondo, lo sanno tutti, anche i modaioli.”
“Se oggi dovessi criticare apertamente il mondo del vino italiano, qual è la cosa che trovi più vecchia, autoreferenziale o distante dalla realtà?“
“Critico soprattutto una visione esclusivamente commerciale, orientata al guadagno immediato e poco incline all’investimento sul lungo periodo. Critico gli assolutismi, la mancanza di tolleranza, l’ottusità e le interferenze. Ma sarebbe ingiusto attribuire questi limiti soltanto al mondo del vino: appartengono, in misura diversa, a ogni ambito umano.”
“Ti senti più vignaiola, imprenditrice o interprete culturale del territorio? E quale di questi ruoli pesa di più oggi?“
“Mi sento estremamente fortunata, perché mi è stata data la possibilità di vivere contemporaneamente più ruoli.”
“Essere allo stesso tempo avvocato e vignaiola significa muoversi tra due linguaggi molto diversi: uno normativo e uno agricolo. In che modo queste due identità si contaminano nel tuo modo di fare vino?“
“Il diritto è ovunque: dallo scontrino del bar fino all’udienza in tribunale. La sua conoscenza educa alla realtà e insegna a muoversi nel mondo con maggiore consapevolezza. In questo settore, come in ogni altro ambito della vita, la formazione giuridica mi è stata di grande aiuto.”
“Ti è mai capitato di sentirti sottovalutata o messa alla prova più per il tuo essere giovane donna che per le tue scelte produttive?“
“Sarebbe tanto falso quanto incoerente sostenere che le donne operino oggi in condizioni di assoluta parità. Devo però riconoscere di aver avuto la fortuna di confrontarmi quasi sempre con persone lontane da queste mentalità. Il mondo del vino è un mondo reale, con tutte le sue inevitabili contraddizioni. Allo stesso tempo, però, è popolato da persone che possiedono qualcosa in più. Forse è il rapporto con la terra e con la natura, che inevitabilmente educa a una particolare sensibilità. Qualunque sia la ragione, resta un ambiente nel quale ho incontrato molta umanità.”
“Nel racconto mediatico del vino, le donne vengono ancora spesso associate a sensibilità, estetica e comunicazione. Ti riconosci in questa lettura o la trovi limitante?“
“Questa lettura può diventare limitante e il rischio è che, talvolta, siano le stesse donne a interiorizzarla. Siamo molto più di questo. Personalmente non farei una distinzione basata sul genere: essere una persona perbene, oppure no, è ciò che fa davvero la differenza.”
“Domanda impertinente: per crescere davvero, qual è la prima cosa che dovrebbe perdere il vino calabrese? E cosa invece non dovrebbe mai perdere?“
“Dovrebbe perdere il timore del paragone e acquisire piena consapevolezza delle proprie potenzialità. Non dovrebbe mai perdere l’orgoglio della propria appartenenza territoriale.”
“Qual è la domanda sul vino calabrese che sei stanca di sentirti fare?“
“Eccellente. Non sembra un vino calabrese”.”