In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Per un chiantigiano come me rendere omaggio a un Sangiovese di Romagna non è cosa di tutti i giorni, ma il Domus Caia di Stefano Ferrucci è un vino che pur nascendo in una zona ben precisa è patrimonio di tutti perché rappresenta una visione, la voglia di andare sempre avanti, di tracciare nuove strade e di farlo con un rigore e un’attenzione quasi maniacale.
Stefano Ferrucci, che purtroppo ci ha lasciati da diversi anni, poteva tranquillamente albergare in un film di Fellini, in realtà viveva a Castelbolognese ed è stato forse il primo che, negli anni settanta del secolo scorso, ha iniziato a rivoluzionare la viticoltura romagnola. Rese più basse con diradamenti in primis, ma forse l’idea più rivoluzionaria e l’obiettivo più difficile fu quello di fare un vino con del sangiovese passito. Fece varie prove ma fino al 1982 il Domus Caia rimase ancorato in cantina, per poi nascere, fiorire e arrivare fino a noi.
Parlare oggi di un rosso importante da sangiovese passito in Romagna può far sorridere ma pensate che alla fine degli anni ’70 giungere a gradazioni attorno agli 11° era quasi un miracolo e l’appassimento portava con sé anche il concetto di qualità delle uve, che allora in Romagna non era proprio scontato. Inoltre, mano a mano che ci si avvicinava al nuovo secolo il concetto di vino di qualità stava cambiando e proprio a cavallo del millennio erano di moda vini opulenti, corposi, concentrati e questo portò il Domus Caia ancor più agli onori della cronaca.
Il Domus Caia del 2001 è forse il “non plus ultra” di questa tendenza all’opulenza, grazie ad un’annata sicuramente tra le migliori tre del nuovo secolo, che gli ha conferito anche un equilibrio e una profondità forse unica.

Ho ritrovato la bottiglia in cantina e non nascondo di essermi anche emozionato, perché mi ha ricordato un momento particolare della mia vita, quando non proprio come Stefano ferrucci ma quasi, lanciai un progetto che allora era abbastanza visionario, cioè una guida ai vini da vitigni autoctoni.
Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata ma forse è meglio parlare di vino, in particolare di questa bottiglia che nasce in vigneti a circa 200 metri e le cui uve vengono raccolte in cassette e poi messe ad appassire per una trentina di giorni. Poi fermentazione in vasche di cemento, passaggio in tonneaux per 12 mesi, imbottigliamento e lungo affinamento in bottiglia.
“Spoilero” per un attimo il risultato del vino solo per dire che se questo fosse stato come il tappo non avrei scritto niente. Infatti non solo non sono riuscito a toglierlo ma si è sbriciolato tanto che ho dovuto filtrare più volte il vino.
Magari questa permanenza all’aria prima di essere assaggiato gli ha fatto pure bene perché appena messo nel bicchiere era perfetto!

Coloro rubino vivace con lieve unghia granata, al naso sembrava quasi fatto ieri perché le note di frutta matura, ciliegia e mora in particolare, erano nette pur mescolandosi a sentori di china e di rabarbaro. In bocca la potenza era notevole ma il vino aveva anche e freschezza e dinamicità, con tannini succosi e dolci guidavano la danza, una lunga e piacevolissima danza.
Ero di fronte ad un vino che non solo non dimostrava 25 anni ma aveva tutte le carte in regole (l’appassimento certo aiuta) per andare avanti per molti anni. Ma c’era di più, il Domuns Caia 2001 è stato figlio di un particolare momento, quello dei vini superconcentrati, che però, se stappati oggi mostrano spesso miseramente la corda perché schiacciati da legni e da tannini estratti da uve non equilibrate. Il Domus Caia invece ha freschezza perché ha equilibrio e fare un sangiovese equilibrato, con l’appassimento che l’ha portato a quasi 15° non è stato certo facile ma, quando riesce così bene bisogna togliersi il cappello.