Una degustazione lunga trent’anni, una storia lunga trent’anni15 min read

Molti di voi avranno partecipato a giornate di degustazione, in qualche caso ad assaggi protratti per più giorni, addirittura chi lavora per una guida assaggia ogni giorno per mesi, ma una degustazione lunga trenta anni sono convinto che nessuno di voi se l’è mai sognata.

Da un punto di vista temporale non ho la data precisa di inizio, diciamo nel 1996 perché è stato il momento culminante della storia, ma il primo vero avvio andrebbe messo attorno al 1991-1992. Sull’atto finale invece non ci sono invece dubbi: è stato lunedì scorso, 23 febbraio 2026.

La degustazione lunga trent’anni nacque in un momento particolare per me, per tanti altri amici e per il vino italiano. Ha molti padri putativi e mi sembra giusto citarne tre: Nick Belfrage MW, Arcigola (Ora Slow Food) e naturalmente la Tenuta di Capezzana, che con Benedetta Contini Bonacossi in testa,  ci ha sempre ospitato e “spalleggiato”

Capezzana

Il momento particolare si piazza nei primi anni ‘90 in pieno boom del vino italiano. La situazione economica era nettamente migliore di adesso e il mondo del vino si affacciava al grande pubblico a suon di corsi di degustazione e scoperte continue sul fronte dei vini e delle cantine. C’era grande voglia di conoscere e anche possibilità economiche molto maggiori per comprare ottimi o grandi vini, allora cento volte più abbordabili di adesso.

Anche se ci sentivamo ben immersi nel nuovo e scoppiettante mondo del vino italiano eravamo comunque nella periferia dell’impero e guardavamo al mondo del vino allora definito storico, in particolare alla Francia, come i bambini guardano le vetrine dei negozi di giocattoli. La Francia in quegli anni era soprattutto Bordeaux non solo per la qualità dei vini (in Borgogna Henry Jayer stava cercando di far capire ai produttori locali come evitare il brett che regnava spesso sovrano) ma anche per una comunicazione che univa la grandeur francese a vini di altissimo pregio. Ma Bordeaux era anche un centro di smistamento del vino mondiale, e questo era altrettanto importante per chi avesse voluto conoscere cosa stesse succedendo dal Sudafrica alla Germania, dall’Australia agli Stati Uniti passando per Cile, Argentina, Spagna etc.

Torniamo in Italia: non ricordo come si formò il gruppo di appassionati che inizio quasi per caso a ritrovarsi a Capezzana per assaggiare e commentare vini italiani ma soprattutto esteri: c’erano (per quanto mi riguarda) tanti amici trovati in Arcigola ma anche sommelier, ristoratori, enologi, produttori e semplici appassionati. Ci si ritrovava di media una volta al mese e a rotazione ci si occupava di acquistare (usando un fondo comune) bottiglie mai troppo costose ma sempre interessanti e rappresentative di vari territori, di varie nazioni. Poi il responsabile dell’assaggio bendava i vini e si iniziava ad assaggiare non tanto e non solo puntando il focus sulla qualità dei vini ma sulle caratteristiche che potessero portarci a riconosce il vitigno e la provenienza. Essendo, come detto, nella periferia dell’impero, molti vini venivano acquistati da commercianti esteri, in particolare di Bordeaux di cui avevamo avuto i cataloghi, ma altri arrivavano da enoteche che puntavano anche su vini esteri (non molte allora e purtroppo anche oggi) che non fossero soltanto quei 3-4 grandi nomi di Bordeaux e da viaggi all’estero.

Nick Belfrage

Purtroppo non ricordo (ancora la memoria…) chi ci fece conoscere Nick Belfrage MW ma fu una folgorazione: lui ci avvicinò al modo di degustare dei Master of Wine, aprendoci realmente un mondo e facendoci appassionare ancora di più al vino. Nick ci ha lasciati pochi anni fa e forse non ha mai avuto il giusto riconoscimento per quello che ha fatto per il vino italiano.

Il gruppo era come una fisarmonica, si allargava e si restringeva a seconda delle disponibilità e delle possibilità dei partecipanti, portando però sempre personaggi particolari, con grandi storie, non solo sul vino, da condividere.

Mi accorgo che la sto facendo lunga e stringo: oramai le riunioni a Capezzana erano un punto fisso e accoglievano persone da tutta Italia e non solo e così, assaggia oggi, assaggia domani, Nick propose di dare un senso maggiore alla cosa organizzando un corso propedeutico (il primo in Italia)  per partecipare alla selezione dei Master of Wine.

Lo facemmo nel 1996 e quei tre giorni rimarranno sempre nella mia memoria. Mi sentivo come Charlie Bucket quando entra nella fabbrica del cioccolato di Willy Wonka: arrivarono non solo appassionati da ogni parte d’Italia per partecipare, ma soprattutto tecnici e esperti da ogni parte del mondo e ci presentarono un scenario e un metodo di studio complesso ma meraviglioso, che apriva infiniti scenari di conoscenza, non solo enoica. Era come se ci avessero aperto una finestra sul mondo insegnandoci anche una lingua per poterlo comprendere.

Quelle tre giornate, che permisero a me e ad altri due (Ernesto Gentili e Peter Dipoli) di potersi iscrivere al corso di MW (che nessuno di noi superò, ma che ci ha insegnato tantissimo) è stato forse il canto del cigno delle degustazioni a Capezzana, che continuarono ancora per qualche tempo ma poi i molti impegni, il lavoro, la famiglia, piano piano portarono a incontri sempre più sporadici e poi alla fine di una bella storia.

Ma quella storia aveva lasciato dei “figli”, un bel numero di bottiglie da tutto il mondo acquistate e mai aperte che continuavano ad aspettarci nelle cantine di Capezzana, dove i vini possono conservarsi, letteralmente, per secoli.

Ogni volta che in questi anni ho visto Benedetta Contini Bonacossi partiva sempre la domanda “Quando li assaggiamo quei vini?” e ogni volta non si trovava una quadra. Ma qualche mese fa riuscimmo a mettere un punto fermo: 23 febbraio 2026. Iniziammo a ricercare i molti che avevano partecipato ma alla fine ci siamo ritrovati in pochi di fronte a vini soprattutto della prima parte degli anni novanta che non aspettavano altro che farci vedere come si erano conservati per noi.

Erano quasi tutti vini che i MW definirebbero “average” cioè con prezzi di fascia media, con alcuni vini italiani che sinceramente non ricordo (ancora una volta non ricordo, benedetta vecchiaia…) come siano arrivati a Capezzana.

Qui trovate una presentazione al volo e qua sotto trovate le foto delle bottiglie che ci hanno sorpreso e intrigato di più. Comunque i vini assaggiati provenivano da Italia (Toscana, Lombardia, Piemonte), Francia (Bordeaux, Loira e Languedoc Roussillon, Basso Rodano), Spagna, Argentina, Sudafrica, Stati Uniti (Napa Valley) e Cile.

Mentre aprivamo le bottiglie, coperte da trent’anni di polverosa attesa eravamo emozionati e un po’ impauriti perché pensavamo di doverne buttare la stragrande maggioranza. Invece, nonostante qualche tappo fosse “a bagno maria” nel vino solo una bottiglia era  ossidata. I vini erano 23 e alla fine, come detto sopra, ne abbiamo selezionati 5 che vi vogliamo presentare e che sono stati all’altezza di una degustazione durata 30 anni e di una storia che mi fa piacere pensare sia stata il primo seme che ci ha fatto crescere fino agli attuali quattro MW italiani e che, cogliendo la palla al balzo, ho voluto raccontarvi.

 Coteaux de Languedoc La Clape 1993, Chateau Ricardelle (Grenache 50%, syrah 25% carignan 25%)

La Clape è una piccola AOC  (nemmeno 800 ettari) nel Languedoc-Roussillon, per precisione tra la città di Narbonne e il mare. E’ una specie di piccolo massiccio (è anche un parco naturale) roccioso che si innalza dalla pianura e arriva fino sulla costa con scogliere a picco. Le strette valli sono marnose, il clima è dichiaratamente caldo-mediterraneo ma i venti (spesso molto forti) portano sia temperature più miti che problemi:  i vitigni sono i classici del Languedoc con una prevalenza della Grenache.

Lo Chateau Ricardelle ha una storia di oltre sei secoli e oggi il proprietario è un italiano, Bruno Pellegrini, che dall’Alto Adige ormai da anni si è trasferito in zona. Questo vino viene prodotto anche oggi, su terreni calcarei e ghiaiosi, tra l’altro inbottigliandolo con lo stesso tipo di bottiglia. Oggi la vendemmia è meccanica, fermenta in acciaio e affina per 8 mesi in barrique usate.

Il colore è granato ma mi sarei meravigliato del contrario, il  naso ha note di erbe e sentori balsamici e qualche ricordo di frutta matura, in bocca c’è un ottimo equilibrio tra tannini dolci e una freschezza inaspettata. Un vino non certo di punta che dimostra come il sud della Francia possa dare grandi vini a prezzi molto abbordabili (l’annata in commercio costa sui 14/15 euro)

Chinon le Montifault  1995 Langlois Chateau ( 100% cabernet franc)

Siamo nella Valle della Loira e l’AOC Chinon si estende per circa 2300 ettari. Tra le uve rosse domina il Cabernet Franc (qui chiamato Breton), che ha caratteristiche molto diverse da quelle che conosciamo a Bordeaux o in Italia. Nasi che da giovani puntano più su frutta di bosco (lampone)  e spezie, tannini vivi ma con freschezza maggiore e corpo minore.

Langlois Chateau non è una cantina col nome al contrario: si chiama così perchè fu comprata nel 1912 da Edouard Langlois e da sua moglie Jeanne Chateau. Oggi è del gruppo Bollinger ed ha circa un centinaio di ettari tra Saumur, Saumur-Champigny e Sancerre. La produzione maggiore è su i Cremant de Loire e il nostro vino non è tra i prodotti di punta. Oggi producono un generico Chinon dal costo molto abbordabile (attorno ai 10 euro).

Il nostro 1995 rappresenta in pieno il vitigno: naso speziato ma per niente vegetale, bocca sapida con bella freschezza e tannino vivace ma dolce.

Napa Valley Cabernet Sauvignon Riserva 1994, Raymond Vineyards (100% Cabernet sauvignon)

Anche se la stragrande maggioranza delle vigne in Napa Valley sono praticamente tutte in pianura la lunga valle di Napa , che ricorda la forma di una banana, è praticamente circondata da alte colline che arrivano attorno agli 800 metri e che hanno da tempo proprie AVA come Atlas Peak e Mount Vedeer. Raymond vineyards si trova più classicamente in pianura a St. Helena, nella zona nord. I Cabernet Sauvignon di  questa zona sono vini potenti e con legni spesso abbastanza invadenti, specie nei primi anni. L’acidità non è mai una fattore che emerge anche se non si può certo parlare di vini piatti.

L’azienda che lo produce, Raymond Vineyards, si autodefinisce Napa Valley’s Pioneers essendo nata nel  1971. Il vino che abbiamo degustato oggi non è rintracciabile tra i molti Cabernet Sauvignon che l’azienda produce, quasi tutti a prezzi alti o molto alti.

Il 1994 da noi assaggiato non rientra certo tra i “top” aziendali”, dato che l’avevamo acquistato a poco più di 14 dollari ma comunque oggi potrebbe costare tra i 70 e gli 80 Euro. Ha classiche note officinali e balsamiche date sia dal vino che dal legno ma ci è piaciuto soprattutto al palato per una rotonda pienezza e una tannicità importante, dolce ma decisa. Un vino che dimostra come si possano fare vini che durano nel tempo anche con acidità non certo alte. Un vino molto piacevole da bere (oggi).

Vin de Pays 1995  Domaine de Trevallon (Cabernet  sauvignon 50% , syrah 50%)

Il Domaine de Trevallon si trova nella zona di les Alpilles a sud di Avignone, con un terreno però abbastanza  diverso da quello famosissimo dove nascono i “vini dei papi”. Il clima è mediterraneo con picchi di calore importanti durante l’estate.

Le vigne sono piantate su calcari compatti mescolati ad argille, marne e sabbie, con una componente altissima di ciottoli che ricordano il galestro toscano in superficie.

L’azienda nasce nel 1973 e usa sin dall’inizio un uvaggio strano per la zona, 50% Cabernet Sauvignon e 50% Syrah. In vigna lavorano seguendo i dettami della viticoltura biologica. Il nostro del 1995, che allora era un vin de pays ma oggi è divenuto IGP, non sfugge all’uvaggio classico equamente diviso tra cabernet sauvignon e syrah (solo dal 2020 hanno piantato anche del cinsault) nasce da una vendemmia difficile con un mese di settembre dall’azienda definito “disastroso”.

Lo Staff del Domaine de Trevallon

La vendemmia iniziò il 25 di settembre e terminò dopo circa 10 giorni. Il vino non sembra risentire dell’annata con un settembre piovoso e fresco, anzi: il Syrah predomina su cabernet sauvignon con note più di frutti maturi e pepe. La bocca è rotonda e piena, i tannini sono dolci e corposi, la corposa piacevolezza del vino è figlia di queste zone senza però arrivare agli eccessi alcolici e tannici che da anni le contraddistinguono.

Prezzo attuale, non basso, attorno ai 110-120 Euro.

Vino da tavola Carbonaione 1994, Podere Poggio Scalette (Sangiovese 100%)

Con il quinto e ultimo vino arriviamo in Toscana e parliamo del Podere Poggio Scalette, cantina di uno degli enologi che hanno fatto la recente storia enologica del Chianti Classico (e non solo) Vittorio Fiore.

L’azienda, che si trova sulle colline di Ruffoli nel  comune di Greve in Chianti, è nata nel 1991. Le vigne, in particolare quelle del Carbonaione, sono però molto vecchie, alcune risalenti ai primi anni del secolo scorso piantate dopo la devastazione dovuta alla fillossera. L’altezza media dei vigneti allora era considerata quasi esagerata (partono da 350 e arrivano a 550 metri slm) ma oggi tutti i produttori vorrebbero vigne a queste altezze. Il terreno ha molta sabbia e limo, naturalmente con lo scheletro tipico del Chianti.

Le vigne di Poggio Scalette

La prima annata del Carbonaione è stata il 1992 e questo 1994 è quindi una delle prime annate prodotte. La 1994 non è stata certamente una grande annata, facendo parte di quella che io definisco “l’ultima miniglaciazione della Toscana”, cioè le annate che vanno dal 1991 al 1995, fresche per non dire fredde e con piogge nei momenti peggiori. Ma i vini di quegli anni avevano un pH e un’acidità (oggi difficilissimi da ottenere con il cambio climatico) che  hanno permesso a molti di arrivare in perfette condizioni fino ad oggi.

Il Carbonaione faceva (e fa ancora) parte della categoria Supertuscan, cioè un vino fuori dai disciplinari (non per niente era vino da tavola mentre oggi è IGT) fatto con tecniche moderne che allora voleva dire soprattutto uso della barrique e ricerca importante della concentrazione. Il legno si sente anche adesso ma solo perché accompagna in maniera perfetta aromi terziari come tabacco e note balsamiche. L’anima del sangiovese si mostra al palato con una nerbo e una potenza ancora molto reattivi, però ben equilibrati. La sua persistenza è veramente impressionante, considerando i 32 anni di vita e il provenire da una vendemmia non certo eccezionale.

Prezzo sui 45-50 Euro

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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