Taurasi, Aglianico e Piedirosso della Campania: evoluzioni positive3 min read

Parlare per noi di rossi campani è sempre un modo per confrontarsi con quello che possiamo definire la nostra personale muraglia cinese, cioè l’aglianico e in particolare il Taurasi. Sono anni che lo assaggiamo e non riusciamo a “superarla” a superare quell’incredibile e surdimenzionata potenza, quella monolitica durezza, quella infinità e ruvida tannicità che il tempo sembra non scalfire. Ci battiamo contro e rimbalziamo tutti gli anni e se per almeno il 50% è colpa nostra che non riusciamo a capirlo, il rimanente 50% lo attribuiamo ad un vino ( e qui parliamo soprattutto di Taurasi) che non vuole adeguarsi a standard un po’ meno estrattivi, a concentrazioni che dovrebbero dare ai vini la garanzia di durare secoli, tanto tra meno di un secolo non ci saremo più per dirlo.

Vigne di aglianico in Irpinia

Questo era il nostro punto di vista “storico” prima di assaggiare i Taurasi del 2021 e del 2020. Quelli del 2021 sono veramente un cambio epocale di stile: vini più morbidi e domati con tannini più “umani” e legno dosati molto meglio che in passato. Sono vini molto meno austeri e rigidi, più facile (per come può essere facile un Taurasi) ma per questo non meno semplici e anche se le gamme aromatiche non spiccano siamo di fronte ad una dolcezza impensabile solo qualche anno fa. Sulla stessa strada, anche se non “all’unanimità” i Taurasi 2020 mentre andando in annate più vecchie si ritorna piano piano a quanto dicevamo all’inizio. Però vedere questo cambiamento nelle annate più recenti ci ha veramente sorpreso in positivo.

Passando ai “semplici“ Aglianico delle varie zone campane abbiamo notato che in generale i vini sono sempre più maturi al naso rispetto alla bocca, questo a prescindere dall’annata. Il legno in questi vini incide meno ma la potenza ruvida del vitigno è ben presente al palato. Quelli meno giovani fanno i conti con una delle caratteristiche del vitigno che è una terziarizzazione lentissima che non apporta grande finezza nell’arco dei 2-4 anni. Tempi minimi per vini come questi, vista la lentezza con cui evolvono anche i tannini.

Piedirosso nei Campi Flegrei

Dall’aglianico al Piedirosso, per noi il vitigno rosso più promettente in Campania. In primo luogo perché ai suoi aromi speziati e fruttati si affiancano anche corpo, freschezza in qualche caso e buona tenuta nel tempo. Abbiamo scritto “in qualche caso” perché per esempio I Piedirosso 2024 dei campi Flegrei, del Sannio e delle isole non ci hanno convinto mentre invece i 2023 hanno mostrato aromi precisi e bocca di buona pienezza.

Ma un annata difficile può sempre starci e dato che anche negli assaggi di annate precedenti abbiamo visti netti miglioramenti dal nostro punto di vista questi miglioramenti sono dovuti meno alla vigna e più alla cantina: infatti, anche in tempi recenti buone uve venivano un po’ sciupate da vinificazioni non proprio attente, ma da qualche anno la situazione sembra veramente cambiata.

In definitiva possiamo dire che i due principali vitigni rossi della Campania stanno mostrando una bella evoluzione e di questo non possiamo che essere felici

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


LEGGI ANCHE