Guida vini. Bianchi della Valle d’Aosta: Petite Arvine in pole position4 min read

Dopo il lungo articolo introduttivo eccoci a presentare i risultati degli assaggi valdostani per quanto riguarda i vini bianchi. Rossi e spumanti verranno pubblicati, come sempre, dopo l’estate, quando questo caldo sarà solo un ricordo (almeno si spera).

Prima dei risultati alcune informazioni generali che possono inquadrare meglio questo territorio così poco conosciuto, questa regione che dal punto di vista quantitativo è quella che produce meno vino nel nostro amato stivale.

La zona vitata della Valle d’Aosta ha una piovosità scarsissima: si va dai 300 ai 600 millimetri annui e questa è la prima caratteristica da tenere presente. La seconda riguarda i suoli: morenici, sciolti, con molta sabbia e con lo strato fertile che spesso non supera il 50-60 centimetri. Il terzo fattore è una viticoltura di montagna che se nella zona di Morgex e de La Salle porta a forme di allevamento che richiedono da 800 a 1000 ore annue di lavoro in tutto il resto della regione, pur non arrivando a questi “picchi”, è quasi sempre estrema e solo nella zona attorno ad Aosta permette ai viticoltori di piantare in terreni con pendenze meno marcate.

Vigneti di priè blanc

A proposito di piantare eccovi altre due particolarità: a parte la zona di Aosta dove le vigne si trovano a destra e sinistra della Dora Baltea, quasi sempre le vigne si trovano sulla sinistra orografica del fiume, e godono così di una esposizione al sole praticamente da mattina a sera, inoltre, cosa piuttosto particolare viste le pendenza, la stragrande maggioranza delle vigne è piantata a rittochino e i produttori non si preoccupano più di tanto di possibili slittamenti o dilavamenti del terreno.

Le caratteristiche climatiche e dei terreni portano a vini non certo muscolari, ma profumati e molto sapidi: ne è la perfetta dimostrazione il petite arvine, un’uva autoctona con una grinta al palato e una finezza aromatica che la mettono di diritto tra i grandi vitigni autoctoni italiani. Praticamente tutti i Petite Arvine che abbiamo assaggiato non ci hanno deluso e spesso di hanno soddisfatto in pieno. Dinamicità, sapidità, aromi floreali e minerali e buona predisposizione per l’invecchiamento ce l’hanno fatto eleggere come vitigno bianco principe della regione.

Petite Arvine

Accanto al etite arvine troviamo molte altre uve, autoctone o meno: chardonnay, moscato, prié blanc e pinot grigio e ognuna con belle caratteristiche: per esempio gli chardonnay valdostani  hanno caratteristiche di finezza che li porta quasi naturalmente a “sentire” meno il legno rispetto ad altri territori, per non parlare delle intensità e finezze aromatiche del moscato che qui raggiunge livelli altissimi. Ottimi livelli di finezza raggiunge anche il prié blanc, uva che necessità di cure certosine ma porta a vini, specialmente spumanti, di assoluta finezza e cremosità.  Anche il pinot grigio, qui chiamato anche con nomi locali, è meno scontato che in altre parti d’Italia. 

Da un quadro del genere non potevano che venir fuori dei risultati più che buoni e infatti, avendo spaziato nell’arco delle ultime tre annate, più del 70% dei vini degustati ha superato la soglia degli 80 punti, che per noi è un buon punteggio (lo ripetiamo sempre, noi non spariamo punteggi come mortaretti). Inoltre tre vini, tre espressioni di Petite Arvine, hanno ottenuto il nostro massimo riconoscimento, il VINO TOP.

DOC Valle d’Aosta

In definitiva i bianchi valdostani, specie se da uve petite arvine, hanno le carte in regola non solo per ottenere una maggiore visibilità nazionale, ma per caratterizzarsi come vini estremamente eleganti e piacevoli, con un “tocco” montano di finezza e frerschezza quasi sempre facilmente riconoscibile.

I prezzi non sono certo bassi ma basta dare un’occhiata alle vigne valdostane per capirne il perché.

Ci sembra giusto a questo punto ringraziare il consorzio di tutela vini per l’aiuto che ci ha dato nell’organizzare e gestire la degustazione, cosa altrimenti impossibile.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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