Quando il Pinot Nero e Oltre…pò4 min read

Pinot Nero. Un nome, soprattutto per gli appassionati di vino, che provoca fascinazione e fa molto status: evoca piaceri a volte inarrivabili (economicamente), ha grande storia e tradizioni e si associa ai miti d’Oltralpe. Quando invece viene associato ad un altro “Oltre” quello Pavese, ai più passa l’entusiasmo, per entrare in una condizione di quasi indifferenza, spesso dovuta alla mancanza di conoscenza.

Certo, la storia e la creazione di miti giocano un ruolo importante, ma perché il nostro Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese, nonostante anche lui abbia una storia e una notevole qualità e dignità, non entra nella lista delle prime etichette da scegliere al ristorante o in enoteca?

A questa e altre domande ha provato a dare una risposta nel corso della seconda edizione di “Talk’n’Toast, conversazioni sul Pinot Nero”, che si è tenuta a Roma: un gruppo di 29 orgogliosi produttori con il coordinamento del Consorzio Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese.

La storia del Pinot Nero dell’Oltrepò iniziò ufficialmente nel 1850 quando, per replicare in casa i grandi vini francesi (che con questo vitigno hanno un rapporto millenario), il Conte Augusto Giorgi di Vistarino realizzò i primi impianti di Pinot Nero a Rocca de’ Giorgi in Oltrepò Pavese, supportato dall’influenza di una moglie francese e dalla consapevolezza di avere il territorio giusto per impiantare un vitigno considerato così problematico.
L’avventura partì col piede giusto, anche grazie al supporto del lungimirante Carlo Gancia appena rientrato dai suoi studi nella Champagne, e ben presto molti altri imprenditori locali si convinsero della capacità di ottenere ottimi vini vinificati sia in rosso che in bianco, cosicché il loro Pinot Nero iniziò a farsi conoscere sia in Italia che all’estero.

Negli ultimi periodi, però, nonostante i quasi due secoli di produzioni di livello, la percezione del Pinot Nero dell’Oltrepò fuori dal territorio di produzione ha subìto una flessione, che ha indotto i produttori locali a dargli nuovo slancio.

Eppure, con i suoi circa 3000 ha vitati, l’Oltrepò vanta la maggior produzione di Pinot Nero in Europa dopo Borgogna e Champagne, grazie al fortunato mix di territorio, clima e qualità delle aziende. Infatti molte aziende stanno introducendo nuove espressioni di questo vitigno, che vuole stabilizzare tutto il patrimonio esistente, ma vuole anche guardare avanti per togliere quella patina di inarrivabilità della quale è circondato il vitigno che, se non è dell’altro “Oltre”, è solo un vitigno difficile da governare e dal quale ottenere risultati importanti.

Quindi via libera alla ricerca di vini più giovani e freschi capaci di relazionarsi anche con il grande pubblico, supportati dalla consapevolezza che il territorio dell’Oltrepò è in grado di dare una risposta al cambiamento climatico in atto. Le colline del territorio, con pendenze che raggiungono anche i 45 gradi, consentono la creazione di impianti più ad alta quota, dove un clima fresco d’estate e mite d’inverno, con importanti escursioni termiche, crea le condizioni ottimali per coltivarlo.

Storia, territorio, impegno dei produttori e vini che sanno emozionare (a prezzi democratici) sono le caratteristiche de accompagnano l’avventura in cui si sono lanciati (ad oggi) i 29 produttori che, col supporto del Consorzio, hanno metabolizzato che esiste anche un altro importante fattore che fa di un vino-che ne abbia le caratteristiche- “un grande vino” riconosciuto dal consumatore: la comunicazione.

In questo mondo dove siamo circondati da vini di qualità e in questa nostra Italia che ne è così ricca, è necessario farsi largo tra le migliaia e migliaia di nomi, di informazioni, di stimoli e di miti che nascono e si diffondono continuamente.

La degustazione che ha seguito l’incontro tra produttori e rappresentanti di vari media e degustatori -perché di vino bisogna parlare ma fondamentale è degustarlo- ha confermato quanto detto nel seminario: giornalisti del settore, sommelier e professionisti a vario titolo conoscevano poche cantine e poco i vini. Ma tra tutti, i commenti sono stati assolutamente positivi. Vini Rossi eleganti, poco tannici e con una addomesticata acidità,  caratterizzati da sfumature fruttate e floreali, piacevoli da bere, freschi, a volte con quella sensazione di giovinezza, di “nuovo” che ne consente una beva immediata e tutto sommato libera da proiezioni cerebrali. Pinot Nero che si lasciano bere con uno stato d’animo piacevolmente rilassato perché non devono dimostrare altro rispetto a quello che sono.

E le vinificazioni in bianco, spumantizzate, supportate mediamente da piccole intromissioni di Chardonnay, sono particolarmente piacevoli perché anche qui a farla da padrone sono il perlage fine ed elegante, l’equilibrio gustativo, la verve vivace data dalla freschezza e dalla semplicità del sorso, che non vuol dire banalità, bensì la dimostrazione dei produttori di aver compreso l’anima di un vitigno perfettamente integrato nel suo territorio, e di saperla restituire con tutta la franchezza di chi lavora con serietà.

Rosanna Ferraro
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