Lì per lì quel “Riesling” ti cattura lo sguardo, poi più da vicino vedi che viene dal Belgio, e per giunta riporta due annate. La retroetichetta chiarisce le cose: si tratta di birra, una gueuze.
E il nostro Riesling? Tilquin ha seguito la tradizione del Pajottenland fiammingo: aggiungere frutta fresca durante la fermentazione, quella che dà luogo alle Kriek o alle Framboise. In questo caso però, forse con un occhio al genere italiano IGA (Italian Grape Ale) dove alle birre viene aggiunto un qualche contributo vinoso, qui hanno utilizzato uva Riesling fresca per un buon quarto del peso del mosto.
Ai tratti selvatici delle lambic più classiche, dovuto all’utilizzo di grano oltre che di malto d’orzo, ai lieviti autoctoni (Brett compresi), al ruolo dell’ossigeno, all’assemblaggio di diversi mosti e di diverse annate con lunghe maturazioni in barilotti e alla rifermentazione in bottiglia della cuvée si affianca qui il contributo di un fruttato per noi più familiare. Il risultato per come l’ho sperimentato oggi (ma la “scadenza” in etichetta è febbraio 2032…) è una progressione organolettica potente, di notevole complessità.

Che piaccia o no è da vedere, dato che alla base c’è l’armamentario più classico della tipologia: olfatto aggressivo, animale e legnoso, sentori di terra e fieno sostenuti da un’acetica che in enologia sarebbe inaccettabile. Arriva però in contemporanea l’apporto dell’uva, con impressioni fruttate a noi più familiari (pesca, mela magari un po’ ossidata, agrumi).
Questi ultimi marcano coerentemente anche il sapore: l’acidità citrina è tagliente e il corpo asciuttissimo, con una vena più che sapida, direi salina. Il finale poi…non finisce, va avanti per miglia giocato tutto sull’amaro. Che è aromatico, comunque: buccia di limone.
Di questa gueuze impressiona anche la vista, per come è mi apparsa oggi: di colore ambrato profondo e lontana dalla limpidezza, con carbonicità al minimo.