Ma io per chi scrivo e tu che (e se) leggi, perché lo fai?3 min read

Qualche giorno fa Angelo Peretti si domandava su Internet Gourmet chi  il vignaiolo creda sia il suo cliente, se chi gli compra e vende il vino o chi lo beve.

Domanda per niente peregrina la cui risposta forse (ma non è detto, questo è un articolo con tante domande e zero risposte)  è compresa in quest’altra domanda.

I produttori credono che un giornalista del vino si rivolga a loro stessi, ai loro rivenditori o importatori o a chi il vino lo beve?

 

In realtà, di questo sono abbastanza sicuro, spesso i “clienti” dei giornalisti sono i produttori di vino:  basta vedere chi compra ancora le guide vini per capire quanto questo rapporto biunivoco sia importante (almeno per la stampa).

Non per niente si chiama stampa di settore, ma in un settore c’è sempre chi ci lavora e chi invece fa il consumatore finale.

 

Nel mondo del vino mi sembra sempre più che il consumatore finale, almeno quello che potrei definire “casalingo di Voghera” se ne strafreghi ampiamente di quasi tutto quello che viene scritto, mentre quello più evoluto sicuramente se ne interessa, ma in molti casi con lo scopo neanche tanto recondito di diventare a sua volta uno che scrive di vino.

 

I produttori indubbiamente si interessano, in primo luogo perché è naturale farlo se sei il diretto interessato, ma forse lo fanno perché sotto sotto credono che anche il consumatore finale faccia come loro?

Se questo fosse vero e nel contempo  si diffondessero veramente i dati di vendita di guide o di lettura di tanti siti internet, cosa succederebbe?

 

Questa domanda velenosa presuppone che io sappia qualcosa di più sull’argomento vendite: in verità, in verità vi dico ne so ben poco (sempre di articolo senza risposte certe si tratta) ma una quasi certezza è che certi numeri sono abbastanza gonfiati.

 

Parliamo adesso chi il vino lo commercia: sicuramente vedono i giornalisti di settore come delle fonti a cui attingere e, se parliamo di importatore esteri, la fonte diventa basilare, specie se arriva con notizie sempre più fresche.

In questo caso il gioco sembra quasi ribaltarsi e il giornalista diventa il diretto informatore dell’importatore, assaggiando i vini sempre più presto per far avere sempre prima di altri ( di chi, altri giornalisti?) ad altri (chi, altri importatori?) informazioni per acquistare prima (ma prima quanto?). CI vedete branchi di gatti che si mordono la coda? Probabile.

 

Se invece rimaniamo al mercato italiano credo (mai avere certezze, è la regola) che chi commercia si interessi  molto di quanto scrivono i giornalisti, solo se fa parte anche dell’altra categoria, quella degli appassionati-clienti finali: il resto vende vino ma potrebbe commerciare in cuscinetti a sfera o in tubi di gomma, l’importante è arrivare alla fine del mese.

 

Insomma mi pare che il quadrilatero  giornalista-produttore-rivenditore-consumatore finale non sia certo un quadrato molto virtuoso, un volano che possa creare movimenti di idee, discussioni e, alla fine dei salmi anche reddito, perché in definitiva si parla di un numero abbastanza risicato di persone che “abitano” questo quadrilatero.

 

Insomma, per noi giornalisti abitanti nel quadrilatero il rischio di cantarcela e di suonarcela mi sembra più che reale e a questo vedo poche soluzioni , se non quella di guardare oltre la siepe.

E oltre la siepe c’è tutto il mondo, tutto quello che parla altre lingue ma è interessato al vino italiano. Tutto quello che, a braccio, è almeno mille volte più grande del quadrilatero nostrano. Per contattarlo bisogna però, come diceva un mio conoscente, parlare e scrivere in straniero.

 

Anche uno che come pseudonimo non abbia Lenin a questo punto si dovrebbe domandare: che fare?

 

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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0 responses to “Ma io per chi scrivo e tu che (e se) leggi, perché lo fai?3 min read

  1. Ed infatti, mi sembra che ci si era girato intorno anche quache anno fa: bisogna che l’ottimo Winesurf estenda anche al resto del giornale l’inglese della testata. Magari con una edizione mensile in lingua inglese a mo’ di riassunto degli argomenti che verrano valutati come piຠinteressanti per il pubblico straniero. Si perderebbe un po’ di attualità¡ ma non diversamente dai meno validi Wineetcetera cartacei, che tra l’altro non sono altrettanto profondamente radicati nel territorio come l’Ondivago qui presente. Costi ? Non credo siano insuperabili o impedimento al progetto.

  2. Il problema è di carattere meccanico: il volano deve esser tondo. Le ruote quadrate non girano….

  3. Ti dirò la verità : il pezzo non mi convince molto. Non tanto perchè non arriva a conclusioni che sarebbe comunque difficile trarre, quanto perchè , secondo me, parte da basi parzialmente sbagliate (e per l’altra parte, quindi giuste).
    A parte il fatto che il quesito che poni riguarda non il vino bensà¬, mutatis mutandis, tutta la stampa specializzata, l’argomento più debole mi pare l’impostazione un po’ manichea del ragionamento.
    Ovvero: se io scrivo (ad esempio) per il lettore-produttore, ciò non significa che io non sciva anche per il lettore consumatore. La realtà , anzi, dimostra esattamente il contrario: ogni giornalista e ogni testata specializzata hanno un ventaglio di lettori tra i quali si mescolano tutti i rappresentanti della “filiera”.
    Tu mi risponderai che la domanda era “per chi scrivo” e non “chi mi legge”. Ti chiedevi cioè (forse) a chi idealmente ti rivolgi mentre scrivi un articolo e non chi è che poi ti leggerà .
    Ma anche interpretato in questo modo, il quesito conduce a una risposta analoga: non esiste un lettore standard. E, aggiungo, sarebbe grave se un giornalista scrivesse per un lettore standard.
    Il giornalista, e quindi l’articolo che scrive, deve fare informazione. Cioè dare notizie pensate, verificate, filtrate con terzietà  che dovranno essere poi i lettori a utilizzare nel modo che gli pare. Per noi giornalisti, l’unica necessità  è che siano veritiere e serie.
    Il tutto secondo me, è ovvio, e altrettanto ovviamente al netto di marchette e malizie, perchè in tal caso non si dovrebbe più parlare di lettori, ma di clienti.
    Il che però fa sorgere un’altra domanda: qui il cliente chi è , l’editore o il beneficiato della marchetta? E il giornalista scrive per l’editore o per il lettore?
    Conclusione (molto teorica): tra il giornalista e il resto del mondo non dovrebbero esserci rapporti d’affari, ma solo professionali (con l’editore) e al massimo di amicizia disinteressata con gli esponenti della filiera (produttori e commercianti).
    Lo so, è arduo.
    Bisogna però provarci e non è impossibile, è solo difficile.
    Del resto, per questa medfsima ragione, il nostro non sarebbe un mestiere per tutti (notare l’abbondante uso dei condizionali).

  4. In effetti Carlo stiamo preparando il nuovo winesurf con le degustazioni anche in inglese.

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