In Inghilterra ci sarà la (Br)exit anche per i Pub?5 min read

La foto qua sotto ritrae l’ingresso di un “country pub” del Buckinghamshire, dove si dà il benvenuto ai cani degli avventori facendogli trovare una ciotola d’acqua. La cosa non è rara nel Regno Unito ma in questo caso con sottile humor inglese i gestori presentano l’acqua, passata simbolicamente attraverso il classico keg, come “Doggy Brew” a 0% ABV (Alcohol By Volume).

Una battuta che la dice lunga, anche nel Regno Unito dei pub, sul clima avverso a carico dell’etanolo, generalmente considerato all’origine della crisi del consumo di vino. D’accordo, la birra non è il vino e il pub è un locale e non una bevanda, tuttavia mi è partita una riflessione sui modi e i luoghi di consumo più che sui gradi alcolici.

Così sono andato a rileggermi un pezzo su Intravino a firma di Jacopo Manni, che mi ero archiviato nel gennaio scorso.
Qui, partendo a sua volta da un articolo dell’Economist, Manni mette l’accento sulle circostanze di consumo, molto opportunamente: la convivialità, in particolare, storicamente ben lubrificata dai vari “spiriti”, è in declino culturale a favore di stili di vita meno socializzanti, dove va a dominare una “visione di benessere profondamente individualizzata”. Addio ubriacature collettive in stile georgiano.
E i pub? La parola sta per “public house”: una “casa del popolo” se vogliamo, luogo slow per definizione dove i frequentatori sorseggiano una o più pinte di una birra non di rado prodotta nelle vicinanze quando non addirittura nel retrobottega.

Nel suo libro Whatching the English del 2004 l’antropologa Kate Fox scriveva: “Il banco di un pub è uno dei pochi posti dove è socialmente accettabile attaccare conversazione con un estraneo”. Per secoli il pub è stata l’osteria del quartiere nelle città, l’osteria del paese nelle zone rurali. Mi sono anche reso conto che il tempo trascorso al pub ha avuto da sempre un importante supporto conviviale, i giochi. Il più classico sono le freccette (darts) che vengono lanciate verso un bersaglio sulla parete. Ci sono anche i birilli (skittles), gli anelli da infilare (quoits), i dadi (spesso usati per decidere chi paga il prossimo giro di birre) e il backgammon che poi sembra imparentato al tric-trac giocato addirittura da Niccolò Machiavelli quando andava all’osteria di Percussina in quel di San Casciano. Si possono trovare anche i biliardini (bagatelles) o addirittura dei biliardi veri e propri, mentre nei locali più animati abbondano le lavagnette segnapunti. Fra gli intrattenimenti ci sono poi le serate speciali che possono offrire musica (tuttora di moda il karaoke), sport con rugby e football sui maxi-schermi e le “quiz nights” con indovinelli a premi. Scattano spesso le scommesse, vera mania nazionale, anche se sono lontani i tempi dei combattimenti di galli (cock fighting) o addirittura di ratti. Diversi giochi hanno nomi fantasiosi: per esempio il toad in the hole, vale a dire “il rospo nel buco”, che è passato a indicare un piatto a base di salsicce (o forse viceversa).


Il culto del pub è tanto radicato che sono fiorite diverse leggende: ci sono quelli frequentati da fantasmi, quelli con tunnel segreti sotterranei, quelli amati da personaggi famosi reali o letterari, o legati a celebri battaglie; quelli che vantano di essere “il pub più antico”, con date improbabili indietro di vari secoli.
Tutti questi culti e intrattenimenti si vanno rarefacendo esattamente per quanto detto sopra a proposito della convivialità. Del resto la crisi del pub tradizionale non è fenomeno recente: uno dei primi a scriverne fu Christopher Hutt con il libro The Death of the English Pub. Era il 1973 e in seguito Hutt divenne presidente del CAMRA (Campaign for Real Ale, il movimento a difesa dell’ autentica Ale, come qui viene chiamata la birra fin dal medioevo quando non era nemmeno luppolata). Negli ultimi decenni i media britannici sono tornati spesso sull’argomento, riportando l’effetto del bando del fumo nei locali pubblici partito nel 2007 come così come l’inesorabile ascesa dei supermercati con i loro prezzi stracciati. Sono stati messi sotto accusa i grandi marchi con il loro franchising, poco o nulla sensibili alle comunità locali. La BBC riporta che nel primo quadrimestre del 2026 hanno chiuso due pub al giorno a livello nazionale. Le tasse sono sempre sul banco degli imputati, tanto che il neo-primo ministro Andy Burnham per farsi benvolere ha deciso come primissimo atto di governo un taglio del 20% alle imposte per tutti i locali di ritrovo, quindi anche se non soprattutto per i pub.


Intanto molti dei gestori che resistono hanno cambiato anima fin dagli anni ’90 offrendo piatti di cucina vera e propria, a volte anche pretenziosi come pretenzioso è il nome inventato per l’occasione: Gastropubs. Fino ad allora si era trattato di qualche boccone minimale, o addirittura di cibo portato dai clienti. Alcuni ambienti sono diventati più simili a bistrot (firmati persino da qualche archistar) e sono stati introdotti persino i vini: quasi sempre varietali, quasi sempre al bicchiere e di norma poco soddisfacenti per chi legge queste righe. Le donne, fino ad allora sostanzialmente escluse dal rituale della chiacchierata o del giornale davanti a una pinta, sono diventate frequentatrici. Ma questi pub-ristoranti hanno un altro tipo di utenza e conseguentemente un ridotto consumo di alcolici, per tornare allo spunto iniziale.

Alessandro Bosticco

Sono decenni che sbevazza impersonando il ruolo del sommelier, della guida enogastronomica, del giornalista e più recentemente del docente di degustazione. Quest’ultimo mestiere gli ha permesso di allargare il gioco agli alimenti e bevande più disparati: ne approfitta per assaggiare di tutto con ingordigia di fronte ad allievi perplessi, e intanto viene chiamato “professore” in ambienti universitari senza avere nemmeno una laurea. Millantando una particolare conoscenza degli extravergini è consulente della Nasa alla ricerca della formula ideale per l’emulsione vino-olio in assenza di gravità.


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