Il vino di Ikaria, isola greca sconosciuta ai più, ti fa vivere 100 anni5 min read

Ikaria è un luogo magico, un’isola adorata da tutti quelli che l’hanno visitata. La calma, la serenità ed un paesaggio incontaminato è ciò che subito ti affascina. Un’isola scarsamente popolata, con una bellezza selvaggia, famosa per la tranquillità e la longevità dei suoi abitanti.

Ikaria è diventata famosa nel mondo grazie ai libri “Blue Zones” dell’americano Dan Buettner, il quale fa riferimento all’isola sia attraverso ricette della gastronomia locale sia tramite fotografie e informazioni sullo stile di vita degli abitanti

Le zone blu sono i paradisi terrestri dove vivono i centenari e comprendono solo cinque zone al mondo: Okinawa (Giappone), la Sardegna (Italia), Nicoya (Costa Rica), Ikaria (Grecia) e Loma Linda (California – USA). Ikaria non solo è annoverata fra queste cinque regioni ma  è considerata la località con il record mondiale di anziani oltre i novant’anni.

In questa isola fin dall’antichità si produceva un vino noto come “vino Pramnios”, citato in molti testi di scrittori antichi. Omero ci racconta che gli eroi dell’Iliade, soprattutto Ulisse, quando si preparavano per la battaglia ricevevano il potere magico conferito dal vino e rafforzavano la loro furia bellica bevendo il “Kykeonas”, cioè il vino Pramneion mescolato con formaggio fresco e farina di orzo.

È interessante come alcuni personaggi storici quali Galeno l’Ateniese e persino Ippocrate, facciano riferimento all’uso medico di questo vino. Anche più tardi,  ovvero dal XII secolo in poi, il “vino Pramnios” viene menzionato da vari viaggiatori del tempo, come Buondelmonti, Bordone, Boschini, Thevenot e molti altri. Hauttecoeur, alla fine dell’Ottocento, fa riferimento alla vasta superficie (per i dati dell’isola) occupata dai vigneti.

Sin dai tempi antichi, Ikaria era stata associata a Dioniso e alla coltivazione della vite. Nella mitologia greca Dioniso era conosciuto come il Dio del vino e dei banchetti e Ikaria era l’area del mitico regno di Oinoi (oino=vino) con molti nomi di luoghi (alcuni dei quali tuttora presenti) collegati alla storia del dio Dioniso.

Uno dei nomi dell’isola era “Makris”, derivato da un piatto locale. Secondo la mitologia greca invece l’isola è chiamata Ikaria a seguito della leggenda di Icaro, figlio di Dedalo, che volò con ali di cera troppo vicino al sole, facendole sciogliere e cadendo in mare vicino alla costa e dando così il nome sia al mare che all’isola.

I vigneti di Ikaria si estendono fino alla cresta del monte Atheras (l’antica Pramnos), migliaia di terrazze vitate sono coltivate da est a ovest dell’isola. I suoi vini, prevalentemente rossi, provengono da una varietà fragile e poco scura chiamata Fokianò. Si tratta di vini che definiremmo sottili nel colore e “scivolosi” nel corpo con alcol che sfacciatamente sfiora il 15° e in alcune annate non ha paura di raggiungere i 16°. I suoi vini bianchi si basano sulla rara varietà locale Beglèri che tradizionalmente veniva usata nella vinificazione del Fokianò, profumandolo in modo caratteristico. I vini di Begleri in purezza sono relativamente leggeri e rinfrescanti, con forti aromi di agrumi o più esuberanti, anche rustici, a seconda dello stile di vinificazione.

Oggi a Ikaria ci sono tre cantine in tre belle e incontaminate zone dell’isola.

La Tenuta della Famiglia Karimali si trova nel verde Pigi: il proprietario-enologo, George Karimalis, è considerato un vero guru della fermentazione. La sua idea di vinosi intuisce solo per il fatto che osi commercializzare un vino come il “Filosofo”, ultima annata in commercio la 2008!

La cantina Afianès di Elias Rachon è la prima azienda vinicola dell’isola che ha utilizzato le anfore nel modo tradizionale, sepolte nel terreno, facendo rivivere il metodo di vinificazione degli antichi cittadini di Ikaria.

Infine la cantina Tsantiri, la si trova nell’estrema Prespera, dove Costas Tsantiris sperimenta costantemente con il Fokiano, investe nel vitigno locale Kuntura (un possibile clone di Mandilarià) e ha molte idee a proposito delle potenzialità del Begleri.

Prima di palrare dei vini due parole sulla vinificazione nei Pitharia (giare o anfore n.d.r.).

Un tempo a Ikaria interravano le giare in aperta campagna, a differenza di altre isole dove l’operazione si svolgeva all’interno delle case. Nell ‘Ottocento le avvicinarono alle case (ma sempre lasciandole all’aperto) realizzando terrazze e mettendovi dentro le giare. Già ai tempi di Omero avevano sviluppato una tecnologia “attenta”, ottenendo la fermentazione in condizioni controllate grazie alla temperatura del suolo. Durante l’anno la temperatura del vino variava da 13 a 15 gradi, ignorando sostanzialmente la temperatura esterna. Coprivamo le giare con un piatto che aveva un foro di 2 cm al centro, questo buco era riempito con ramoscelli di Akisarià (Cisto rosso) che in parte venivano immersi nel mosto. Cosi facendo assicuravano che la CO2 di fermentazione potesse liberarsi e nello stesso tempo facevano toccare il vino da una quantità molto bassa di ossigeno. Questa tecnica viene usata oggi solo dalla Tenuta Afianès.

Ma passiamo alla degustazione di tre vini della cantina Karimali, tutti vinificati con lieviti indigeni.

Il primo è il bianco Kalabelè, che significa “buon vigneto”, riferito per il campo storico della famiglia Karimali, il più adatto per piantare le vigne. L’altitudine, il terreno, la pendenza e il clima di questa zona offrono vini di eccezionale qualità. Armonioso connubio delle varietà bianche Begleri e Assyrtiko. Aromi di agrumi maturi, camomilla secca, corpo pieno, acidità moderata e gusto di mela verde e agrumi, con sentori di miele. Grazie a questo vino, gustato d’estate in Grecia, mi è venuta l’idea per questo articolo.

Il secondo è il Arralè 2017, che significa spensieratezza: un blend delle varietà locali Fokianò e Kountouro (Mantilarià). Un vino spensierato, bevuto solitamente al pranzo, di medio corpo e gusto vellutato con profumi di prugna e ciliegia.

Infine, il terzo è il filosofo 2008, sempre un blend di Fokianò e Kountouro (Mantilarià) ma il lungo affinamento in botti di rovere e poi in bottiglia offrono un vino meno fruttato che vira verso i terziari, con un corpo forte, un gusto ricco dotato tannini vellutati. Perfetto per piatti di carne o di verdure molto ricercati.

Ikaria è da visitare e i suoi vini sono da provare, fidatevi.

Haris Papandreou

Arrivato a Firenze nel lontano 1985 con studi in economia e commercio. Attualmente segretario del Consolato Onorario della Grecia a Firenze e responsabile della parte economica in un studio tecnico. Appassionato di vino e organizzatore di diverse degustazioni di vino greco a Firenze.


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