Il primitivo tra alcol e longevità: una bella discussione!3 min read

L’articolo di Pasquale Porcelli “Un Primitivo tra Alcol e Longevità” pubblicato negli scorsi giorni ha ricevuto un lungo e circostanziato commento (vedi) da parte di Dario Stefàno, assessore regionale alle politiche agricole della Puglia. Vista l’importanza del personaggio ci è sembrato giusto dare spazio a questo intervento, grazie anche alla replica che Pasquale ha scritto e che noi pubblichiamo di seguito.

 

Sono contento! Anzi doppiamente contento. Primo perché con il suo intervento l’assessore Stefàno dimostra una sensibilità non comune a questi temi; secondo perché mi da la possibilità di chiarire meglio il mio pensiero che credo si stato male interpretato.

Cercherò di spiegarmi meglio: il mio articolo aveva lo scopo di sottolineare alcuni aspetti tipici del Primitivo, primo tra tutti l’elevato grado alcolico, che secondo me ne limita oggettivamente una più larga diffusione, in particolare sui mercati esteri. La mia considerazione nasce da esperienze fatte sul campo in occasioni di visite presso i produttori  sia di Manduria sia di Gioia, effettuate  con giornalisti e buyers esteri, in particolare dell’est asiatico ma anche statunitensi ed inglesi. La difficoltà a  far accettare vini che superino abbondantemente  i 14°, come spesso avviene nei vini di punta dove le gradazioni arrivano a superare anche i 17°, non l’ho inventata io ma è nelle parole dei visitatori esteri, come alcuni produttori potranno facilmente testimoniare.  I vini piacciono, ma sono difficili da vendere e non parlo delle nostre punte di eccellenza che continuano a mietere meritatissimi  successi commerciali e di critica, ma di tutto il resto.  Non porvi la dovuta  attenzione potrebbe rivelarsi un boomerang, si rischia di andare controcorrente. Ho semplicemente fotografato una situazione oggettiva che mi sembra debba  essere tenuta in considerazione, proprio per  la specificità del Primitivo come giustamente l’assessore Stefàno sottolinea, se vogliamo che questo vino abbia una diffusione ancora maggiore, stante il continuo aumento di aziende che si dedicano alla sua produzione.

In altre parole cerchiamo di non esasperare il carattere già di per se così generoso del Primitivo. Oppure crediamo di essere così forti anche commercialmente  che questo “dettaglio” sia insignificante ?
Sull’altro elemento che  prendo in considerazione,  cioè la longevità del Primitivo, tengo a precisare che le mie affermazioni sulla povertà dei tannini,  quindi probabile concausa della non longevità, non sono come si sostiene “difficilmente dimostrabili”,  ma comprovate scientificamente dai lavori di istituti di ricerca che di questo si sono occupati già da anni, una per tutte la ricerca diretta dal Prof. Moio (Università di Foggia).
Con ciò non voglio assolutamente dire  che questo vino non possa avere in futuro la capacità di  una “vecchiaia  lunga e  serena”. Alcune ricerche scientifiche dimostrano che probabilmente si può  intervenire attraverso  pratiche agronomiche e di cantina  diverse dalle attuali , senza  ovviamente tradirne l’originalità. Aggiungo anche, come già preannunciato, che sono in via di definizioni alcune degustazioni verticali che ci permetteranno di fare il punto sulla situazione confermando o smentendo sul campo alcune delle nostre considerazioni.

In conclusione: non  mi sembra di essere ingeneroso, ma realista. Per il resto la mia storia personale ed il mio impegno per i vini della Puglia parlano da soli.

Ringrazio l’Assessore per aver voluto con il suo intervento aprire un dibattito pacato,  franco e leale, cosa rara di questi tempi, che mi auguro possa essere l’inizio per una riflessione sul futuro della viticoltura pugliese.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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  1. Sono reduce da un mese trascorso nel Salento durante il quale ho assaggiato diverse decine di vini. Faccio questa premessa per rafforzare in chi legge la certezza che, in quanto a conoscenza di vini pugliesi sono, se non proprio alle primissime, alle prime armi. Non voglio spacciarmi per un conoscitore della Puglia, perciò la mia opinione vale per quella che è . E più precisamente quella di uno che, provenendo da un’altra regione,in questo caso la Romagna, si approccia, senza retaggi e preconcetti, a dei vini sostanzialmente nuovi, pur avendo qualche decina di anni e migliaia di assaggi di ogni tipo sulle spalle ed anche, consentimelo, su fegato e reni. Io non so come si vende il vino, però sono convinto che si possa e si debba mettere in piedi una strategia di marketing solo se c’è un prodotto a elevato contenuto di piacevolezza. Ora non me ne vogliano i produttori di Primitivo di Manduria, ma gli assaggi che ho fatto dimostrano che in questo senso la strada da fare è molta, e prima di mettere in campo risorse a sostegno della comunicazione o del marketing per il Primitivo, bisognerebbe pervenire ad una definizione di che cosa è il Primitivo. Sarebbe ingeneroso tirare in ballo i risultati ottenuti in altre aree del pianeta dove, sotto nomi differenti, il Primitivo si è espresso a livelli superiori. Ingeneroso perché mi sembra che il cambio di rotta nella enologia pugliese sia piuttosto recente, forse una quindicina d’anni, molto pochi per crearsi una identità  sul Primitivo. A conti fatti, dopo un mese di assaggi, e nonostante non sia proprio di “primo pelo”, non mi sento di dire se i vini assaggiati sono fedeli ad un modello di Primitivo che si rispetti. Perché per dire come “dovrebbe” essere un Primitivo, bisogna averlo in testa il modello. E chi viene da fuori, come me, non lo può avere. Però il “forestiero” ha un palato e a giudicare con il solo palato si resta perplessi. Qual è il modello allora da sottoporre alle leve del Marketing? Quello un po’ rustico e dai sentori “animali” del vino della Cooperativa Produttori di Manduria, oppure quello denso, fitto e quasi solido di Attanasio, o ancora quello più sapido di Pirro Varrone? E qui mi fermo, anche se mi si potrà  obiettare che i vini sono differenti perché lo sono i territori di provenienza. D’accordo, allora si può lavorare su questo, ma un tratto di riconoscibilità  ci deve essere comunque e, al momento attuale, noi “stranieri” l’unico tratto comune che percepiamo è l’alcol. Troppo poco a mio avviso. Spetta ai produttori investire e condividere per trovare la giusta espressione del Primitivo, ma il piede di partenza non può, a mio avviso, essere la necessità  di marketing.

  2. penso che i produttori pugliesi, come tutti, si muovono in quel campo minato dove si cerca un difficile equilibrio tra le aspettative del mercato (o supposte tali) e la necessità  di non snaturare un prodotto che ha il suo valore proprio nell’essere “diverso” dagli altri e nello stesso tempo uguale a se stesso, almeno in parte, nel tempo. Quello del grado alcolico eccessivo è un problema che hanno anche molti altri vini ma forse nel Primitivo raggiunge il suo punto più critico. Credo che la tecnica viticola possa dare qualche risposta nel favorire una completa maturazione dei polifenoli con livelli più bassi di zucchero, è una cosa su cui stiamo lavorando in molti. Ma non arriveremo mai a fare un primitivo da 12,5 gradi che sia anche un vino decoroso, come non faremo mai un Primitivo con i tannini del Cabernet. Possiamo migliorare la tecnica, ma non spremere il sangue dalle rape.

  3. Sono convinto anch’io che non sarà  possibile ridurre il Primitivo nel suo grado alcolico, per fattori naturali-ambientali. Dd’altronde lo stesso disciplinare di Manduria lo assesta a 14° mentra quello di Gioia del Colle a 13,5,.Sono anche convinto che non serve però asasperarlo. Se la critica premia vini che arrivano anche a 17° ed oltre, questo non può essere la regola ma l’eccezzione. La ricerca, tra l’altro già  in atto, dovrebbe consentirci di avere primitivi ad una gradazione accettabile anche per il mercato (14-14,5) senza snaturane il carattere. Lo so che è come avere la moglie ubriaca e la botte piena. Ma il futuro di alcuni vini si gioca anche su questo terreno.

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