Degustazione Frascati, ovvero “Dare a Cesare quel che è di Cesare”3 min read

Degustare i Frascati potrebbe essere visto come un gesto snob, una curiosità insensata o nel peggiore dei casi un rischio calcolato. In realtà è semplicemente un modo, visto che siamo a Roma, per Dare a Cesare quel che è di Cesare.

Cerco di spiegarmi: da un punto di vista mediatico credo che il Frascati siano una delle denominazioni meno considerate d’Italia. Di motivi ce ne sono a bizzeffe  ma qualche volta dagli errori si impara  e magari si cerca anche di rimediare. Questo è in estrema sintesi quello che stanno facendo i produttori di Frascati e i risultati si cominciano a vedere.

Sul fatto che facciamo sul serio “carta canta”, nel senso che anche quest’anno la resa per ettaro è stata abbassata per la DOC a 77 hl a ettaro (110 quintali di uva) e per la DOCG a 63 hl (90 q.li). Questa strada non è certo l’unica via attraverso la quale il Frascati vuole risorgere “Più grande e più bello che pria”, ma  è un segnale chiaro e inequivocabile. In realtà, ci dicono al consorzio che questa autoriduzione è nei fatti, visto che è quasi impossibile negli ultimi 6-7 anni avere rese superiori.

Dall’ultima volta che abbiamo degustato Frascati sono passati 6 anni precisi e un altro cambiamento importante è che sembra bloccata l’emorragia dei vigneti, sia per abbandono di parcelle vitate perché poco remunerative, sia per  far posto a spazi edificabili. Anche da questo punto di vista si sta ripartendo piano piano per “compattare” e ridare un senso compiuto alla denominazione.

Adesso veniamo ai vini: la prima cosa da dire è che l’altissimo scalino tra Frascati DOC e DOCG si è molto abbassato e questo per merito del DOC che ha fatto diversi passi avanti; indubbiamente il Superiore è più complesso e strutturato, però i DOC degustati sono vini semplici e lineari, per niente vinelli scarichi e praticamente inesistenti. I Superiore sono sicuramente  di maggior peso e struttura, ma guardandoli dal punto di vista della tipicità i DOC mostrano molto meno derive “profumistiche” (salvia, frutta tropicale) presenti in un discreto numero di DOCG.

Questo per noi  è il vero problema attuale del Frascati: forti di un rinnovato interesse e di un miglioramento di vendite, talvolta si cerca di trovare “scorciatoie aromatiche” per rendere più appetibile il vino. Questa strada è pericolosissima sia perché snatura le caratteristiche aromatiche del Frascati sia perché entra in un filone già visto e usato da moltissime parti. Arrivare adesso con aromi “particolari” nei Frascati vuol dire entrare da buoni ultimi in un mercato già saturo di queste tipologie, inoltre  mette in ombra la parte migliore del Frascati, la bocca.

Quasi tutti i Frascati degustati hanno mostrato infatti una sapidità e un corpo di buon livello, tanto che abbiamo preferito aspettare qualche minuto e degustarli non proprio freddi. Questo ci ha permesso di apprezzare la invogliante sapidità, che unita ad una rotonda grazia  rende il vino perfetto per tantissimi piatti.

Quindi i 2016 degustati (accanto ad alcune riserve e Cannellino 2015) ci sono sembrati figli di un’annata calda ma equilibrata, vini di buona pienezza e rotondità al palato tenuti benissimo su da una sapidità importante. Prodotti assolutamente godibili e alcuni con discrete possibilità di maturare per 4-5 anni.

Insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare anzi, a Frascati quel che è di Frascati

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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