Alcol e droghe: Abele deve mollare Caino!5 min read

La prima notizia da dare è che la notizia della rivista inglese The Lancet sulla pericolosità delle varie droghe (tra cui  l’alcol) è una notizia vecchia. Lo studio di David Nutt risale addirittura ai primi mesi del 2007 e se ne era già parlato sui giornali all’epoca. Perché tirarla o ritirarla fuori adesso? Mistero….

Andiamo comunque a vedere come era /è  strutturata la ricerca. Per prima cosa sono stati identificati tre fattori principali che, messi assieme, determinano la nocivita’ associata all’abuso di qualsiasi droga. Questi sono:

1. il danno fisico
2. la tendenza a creare dipendenza
3. l’effetto che le droghe hanno sui rapporti familiari e sociali

 

Secondo lo studio ognuno di questi tre punti è formato a sua volta da altri tre fattori. Ecco quindi creato un sistema con nove punti di nocività. Un gruppo di esperti, prendendo in considerazione venti tipi di droghe (alcune sono le cosiddette “droghe legali” tra cui tabacco e alcol) ,  ha poi dato punteggi da 0 a 3 ad ognuno dei nove punti. Questi, messi assieme, portano ad una stima di pericolosità di ogni sostanza.
Pare che il test sia stato ripetuto con un altro gruppo di esperti e che i risultati siano stati simili, con alcol e tabacco ai primi posti. (vedi la scheda riassuntiva dei risultati)

Cosa dire? Come commentare (aldilà di una impossibile e farraginosa  ridiscussione scientifica dei parametri adottati) una serie di dati che mettono l’alcol e di conseguenza il nostro amato vino all’indice?

La cosa peggiore da fare secondo me è rimanere in silenzio, infilare la testa nella sabbia sperando che “passi a’ nuttata” e ci si scordi anche di questa bella tegola. Purtroppo mi sembra che si stia seguendo proprio questa strada. Non ho trovato infatti prese di posizione ufficiali da parte di consorzi, enti, associazioni come Federdoc, Assoenologi e Unione Italiana Vini, tanto per fare dei nomi.

Proviamo almeno noi a dire qualcosa e speriamo sia sensato.

Che l’alcol faccia male non è, purtroppo, scoperta di oggi; che possa dare dipendenza e creare problemi sociali è ancora più acclarato. Cosa c’è di nuovo in questa inchiesta allora? Intanto viene dal mondo anglosassone, dove il modo di consumare alcolici è molto diverso dal nostro. Questo può sembrare un fattore di lana caprina ma se ci pensiamo un attimo non vediamo in Italia migliaia di Pub da dove escono torme di ciucchi ogni sera. Abbiamo anche noi i nostri problemi, ma sono diversi da quelli del mondo anglosassone.

In Inghilterra, ma soprattutto negli USA , in Australia ed in Nuova Zelanda, l’alcol è un tabù al pari (se non molto più sentito) del sesso. I ragazzi come diventano maggiorenni festeggiano con sbornie gigantesche, mentre da noi il fenomeno è praticamente inesistente, anche se sta crescendo un consumo di alcolici molto diverso rispetto al passato.

In Italia rispetto agli anni cinquanta dello scorso secolo il consumo del vino pro-capite è più che dimezzato. Questo cosa vuol dire? Che eravamo un paese di ubriaconi con il fiasco in mano dalla mattina alla sera ed oggi la situazione è nettamente migliorata? Pare proprio di no, almeno a vedere come viene trattato l’alcol dai media e dalla società in genere. Inoltre, bevendo tranquillamente quasi 100 litri di vino a testa siamo riusciti a rimettere in piedi un paese distrutto dalla guerra ed a entrare tra le nazioni più industrializzate e sviluppate del mondo. Insomma, non sembra che il vino facesse tanto male ai nostri padri ed ai nostri nonni.

Allora dove sta il problema? Secondo me il problema sta nel cambio di abitudini nell’utilizzo degli alcolici. Si beve sempre meno vini e sempre più dei mix (specie tra i giovani) di bevande pseudo analcoliche e di superalcolici a basso prezzo. Ecco il vero nemico! Da una parte tutte quelle bottigliette ammiccanti, dove si dice ci sia frutta ed invece, neanche ben nascosto, troviamo l’alcol. Dall’altra i superalcolici da pochi euro a bottiglia, vera e propria calamita (e calamità) per chi vuole “farsi” di alcol.

E qui la cosa si fa difficile: da una parte abbiamo un mondo, quello del vino, con una storia ed una cultura millenaria. Il vino ha un suo modo di essere consumato (a tavola, durante un pasto quasi sempre) e considerato. Dall’altra troviamo un “mondo nuovo” nato da pochi decenni che sogna, usa, beve, utilizza l’alcol in maniera ed in situazioni completamente (mai a tavola, mai mangiando) diverse dall’altro. 

Per farmi capire meglio e schematizzare chiamerò il primo mondo, quello del vino e della sua cultura “Abele” e l’altro “Caino”.

A questo punto credo che esista una sola strada: prima che Caino uccida Abele, quest’ultimo deve, o eliminare il fratellastro o metterlo in condizione di non nuocere. Fuor di metafora: se il mondo del vino, con tutto quello che si porta dietro, vuole salvarsi deve (anche) fare i conti con il suo alter ego. Non solo occorrerà prenderne le distanze in maniera chiara ma anche trovare il coraggio per denunciare un tipo di consumo che è quello veramente pericoloso per la società.
Lo so che è difficile ma i produttori di vino non possono continuare a tenersi dentro un cancro che li sta facendo morire.

Esagero? Non credo! Solo nel mondo del vino si parla e si portano avanti campagne culturali, di consapevolezza e di equilibrio al bere; nell’altro ogni messaggio, pubblicitario e non, spinge verso un consumo vorace e veloce, una ruffiana esaltazione del finto superuomo che è in noi.

In definitiva: Caino sta pensando di uccidere Abele e Abele continua ad abitare assieme a lui. Non vi sembra ci sia qualcosa di strano?

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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0 responses to “Alcol e droghe: Abele deve mollare Caino!5 min read

  1. L’educazione alimentare e,del bere consapevole deve iniziare nelle scuole di ogni ordine e grado,solo cosଠAbele potrà  sconfiggere Caino.

  2. Il problema x me e’ ‘: perche’ persone di ogni eta’ devono sfondarsi di bevande e sostanze tossiche e a basso prezzo? La risposta e’: perche’ la societa’ propone dei modelli di vita che non rispondono alle vere necessita’ dell’uomo ed allo stesso tempo sistemi di evasione artificiale nocivi (sebbene ipocriticamente non lo si riconosca). Quindi finche’ non si esce da questo circolo vizioso parlare del resto e’ inutile, il problema e’ enorme, ma tanto vale riconoscerlo presto e cominciare a proporre alla gente nuovi valori di vita (non SUV, cellulari, gioielli, lavoro prestigioso, mogliettina, amanti, bambini trascurati ecc ecc ecc). Salute!

  3. Il mix di alcolici è una bevanda pubblicizzata in tv e al cinema. Il vino è un prodotto mal comunicato, o troppo elitario o troppo popolare. Il vino deve farsi conoscere, raccontare storie al grande pubblico, investire nei grandi trend come quello biologico, solo cosଠAbele potrà  sepaprarsi da Caino.

  4. Mi risulta che l’Unione Italiana Vini abbia come associati anche alcuni distillatori, pertanto è comprensibile, anche se non giustificabile, la sua assenza dal dibattito in questione. L’unica associazione che sta facendo qualcosa è Vignaioli Indipendenti, ultimamente con il coinvolgimento di uno pneumplogo americano che ha qualcosa di interessante da dire sull’uso dell’etilometro.

  5. Concordo con quanto tu scrivi e vorrei aggiungere il fatto che chi si rifugia in tanto alcool e non necessariamente in qualche bicchiere di buon vino quasi sempre e’ spinto da un suo contesto di vissuto difficile e di relazioni non sempre a misura di bisogni affettivi.Questo vale ancora di più per tanti ragazzi e ragazze privi di prospettive positive per il loro futuro e che troppo spesso rischiano di divenire prigionieri di modelli e stili che li “rapiscono” e li caricano di aspettative impossibili…magari con il rinforzo anche della famiglia.Grazie Carlo.

  6. Credo che si debba un attimo svegliarsi – noi produttori di vino almeno – e cominciare a ragionare un po. L’alcol e’ una sostanza tossica, puo’ avere effetti acuti gravi ma sopratutto cronici. Chi produce e vende vino non deve sperare che la gente beva di piu’ per poter campare, ma che la gente beva in modo consapevole e compatibile con la salute. Il che naturalmente non vuol dire smettere di bere vino, ma essere attenti a non consumarne troppo tutti i giorni, cercare di evitare di consumarlo quando si deve guidare, e lasciarsi quelle due o tre serate a settimana dove ci si rilassa con un bottiglia di vino in due.
    Si fa un gran parlare della trasparenza in etichetta, dei danni che potrebberp derivare da adittivi vari ammessi dalla legge nella produzione del vino, ma poi l’ipocrisia vieta di parlare di quello che veramente dovrebbe essere messo: l’educazione al consumo responsabile. In UK e’ obbligatorio indicare il numero di unita’ di alcol per bottiglia e per bicchiere (1 unita = 10 gr di alcol) con la raccomandazione di non superare il consumo quotidiano di 3/4 unita al giorno per gli uominui 2/3 per le donne. Un consumo maggiore ovviamente se continuato, puo’ provocare danni importanti. Un consumo consapevole e attento non pregiudica nessuna rinuncia al piacere del vino.
    I fatti non devono mai fare paura, chi fa vino dovrebbe prendere al volo l’opportunita’ per far vedere che promuovo un consumo civile e legato alle nostre tradizioni , ma rispettoso per la salute.

  7. Commenti molto interessanti e per nulla scontati. Quello di Giampaolo mi sembra anche molto coraggioso e lungimirante. In effetti credo occorra che i produttori si diano dei limiti ed identifichino il loro acquirente tipo, facendo molto per fidelizzarlo (anche culturalmente )e molto per dissuadere a bere il proprio prodotto chi pensa al vino come un modo per sballare. Non so come possano riuscirci ma intanto parlarne chiaramente è un grosso passo avanti. Grazie!

  8. la cosa cambia se la si guarda con occhi solo italiani, oppure se si prende in considerazione il consumo su scala più larga, in particolare sui nuovi mercati.
    in Italia chi vuole sballare non beve certo vino, men che mai di qualità . Un mix di superalcolici (spesso quelli scadenti da miscelare con aromatizzanti, zuccheri e anidride carbonica di varia origine) e di altre sostanze.
    All’estero, dove la cultura del vino e degli abbinamenti al cibo è assolutamente assente, anche il vino diventa spesso soltanto una bevanda alcolica, consumata fuori dai pasti e spesso da sola.
    Ma anche là  resta di gran lunga più conveniente una bottiglia di “vodka” (roba da meno di una sterlina a bottiglia, costo per il distributore\barista, che dà  largo margine di guadagno)
    Il vero problema per il vino di qualità  è che i grandi gruppi distributori NON vogliono separare il vino dal resto del loro listino, quello che gli dà  utili cosଠalti.
    e il vino paga le colpe altrui.
    ma non facciamoci illusioni, il mondo del vino, e di quello italiano più che mai, non ha i mezzi e tantomeno le capacità  per fare cultiura diffusa e comunicazione. La battaglia è persa, salvo piccole nicchie.

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