La prima notizia da dare è che la notizia della rivista inglese The Lancet sulla pericolosità delle varie droghe (tra cui l’alcol) è una notizia vecchia. Lo studio di David Nutt risale addirittura ai primi mesi del 2007 e se ne era già parlato sui giornali all’epoca. Perché tirarla o ritirarla fuori adesso? Mistero….
Andiamo comunque a vedere come era /è strutturata la ricerca. Per prima cosa sono stati identificati tre fattori principali che, messi assieme, determinano la nocivita’ associata all’abuso di qualsiasi droga. Questi sono:
1. il danno fisico
2. la tendenza a creare dipendenza
3. l’effetto che le droghe hanno sui rapporti familiari e sociali
Secondo lo studio ognuno di questi tre punti è formato a sua volta da altri tre fattori. Ecco quindi creato un sistema con nove punti di nocività. Un gruppo di esperti, prendendo in considerazione venti tipi di droghe (alcune sono le cosiddette “droghe legali” tra cui tabacco e alcol) , ha poi dato punteggi da 0 a 3 ad ognuno dei nove punti. Questi, messi assieme, portano ad una stima di pericolosità di ogni sostanza.
Pare che il test sia stato ripetuto con un altro gruppo di esperti e che i risultati siano stati simili, con alcol e tabacco ai primi posti. (vedi la scheda riassuntiva dei risultati)
Cosa dire? Come commentare (aldilà di una impossibile e farraginosa ridiscussione scientifica dei parametri adottati) una serie di dati che mettono l’alcol e di conseguenza il nostro amato vino all’indice?
La cosa peggiore da fare secondo me è rimanere in silenzio, infilare la testa nella sabbia sperando che “passi a’ nuttata” e ci si scordi anche di questa bella tegola. Purtroppo mi sembra che si stia seguendo proprio questa strada. Non ho trovato infatti prese di posizione ufficiali da parte di consorzi, enti, associazioni come Federdoc, Assoenologi e Unione Italiana Vini, tanto per fare dei nomi.
Proviamo almeno noi a dire qualcosa e speriamo sia sensato.
Che l’alcol faccia male non è, purtroppo, scoperta di oggi; che possa dare dipendenza e creare problemi sociali è ancora più acclarato. Cosa c’è di nuovo in questa inchiesta allora? Intanto viene dal mondo anglosassone, dove il modo di consumare alcolici è molto diverso dal nostro. Questo può sembrare un fattore di lana caprina ma se ci pensiamo un attimo non vediamo in Italia migliaia di Pub da dove escono torme di ciucchi ogni sera. Abbiamo anche noi i nostri problemi, ma sono diversi da quelli del mondo anglosassone.
In Inghilterra, ma soprattutto negli USA , in Australia ed in Nuova Zelanda, l’alcol è un tabù al pari (se non molto più sentito) del sesso. I ragazzi come diventano maggiorenni festeggiano con sbornie gigantesche, mentre da noi il fenomeno è praticamente inesistente, anche se sta crescendo un consumo di alcolici molto diverso rispetto al passato.
In Italia rispetto agli anni cinquanta dello scorso secolo il consumo del vino pro-capite è più che dimezzato. Questo cosa vuol dire? Che eravamo un paese di ubriaconi con il fiasco in mano dalla mattina alla sera ed oggi la situazione è nettamente migliorata? Pare proprio di no, almeno a vedere come viene trattato l’alcol dai media e dalla società in genere. Inoltre, bevendo tranquillamente quasi 100 litri di vino a testa siamo riusciti a rimettere in piedi un paese distrutto dalla guerra ed a entrare tra le nazioni più industrializzate e sviluppate del mondo. Insomma, non sembra che il vino facesse tanto male ai nostri padri ed ai nostri nonni.
Allora dove sta il problema? Secondo me il problema sta nel cambio di abitudini nell’utilizzo degli alcolici. Si beve sempre meno vini e sempre più dei mix (specie tra i giovani) di bevande pseudo analcoliche e di superalcolici a basso prezzo. Ecco il vero nemico! Da una parte tutte quelle bottigliette ammiccanti, dove si dice ci sia frutta ed invece, neanche ben nascosto, troviamo l’alcol. Dall’altra i superalcolici da pochi euro a bottiglia, vera e propria calamita (e calamità) per chi vuole “farsi” di alcol.
E qui la cosa si fa difficile: da una parte abbiamo un mondo, quello del vino, con una storia ed una cultura millenaria. Il vino ha un suo modo di essere consumato (a tavola, durante un pasto quasi sempre) e considerato. Dall’altra troviamo un “mondo nuovo” nato da pochi decenni che sogna, usa, beve, utilizza l’alcol in maniera ed in situazioni completamente (mai a tavola, mai mangiando) diverse dall’altro.
Per farmi capire meglio e schematizzare chiamerò il primo mondo, quello del vino e della sua cultura “Abele” e l’altro “Caino”.
A questo punto credo che esista una sola strada: prima che Caino uccida Abele, quest’ultimo deve, o eliminare il fratellastro o metterlo in condizione di non nuocere. Fuor di metafora: se il mondo del vino, con tutto quello che si porta dietro, vuole salvarsi deve (anche) fare i conti con il suo alter ego. Non solo occorrerà prenderne le distanze in maniera chiara ma anche trovare il coraggio per denunciare un tipo di consumo che è quello veramente pericoloso per la società.
Lo so che è difficile ma i produttori di vino non possono continuare a tenersi dentro un cancro che li sta facendo morire.
Esagero? Non credo! Solo nel mondo del vino si parla e si portano avanti campagne culturali, di consapevolezza e di equilibrio al bere; nell’altro ogni messaggio, pubblicitario e non, spinge verso un consumo vorace e veloce, una ruffiana esaltazione del finto superuomo che è in noi.
In definitiva: Caino sta pensando di uccidere Abele e Abele continua ad abitare assieme a lui. Non vi sembra ci sia qualcosa di strano?
