Nel precedente articolo di questa serie (che trovate qui) abbiamo iniziato l’analisi delle chiusure del mondo del vino, con particolare accento sugli aspetti storici, tecnologici e di marketing. Come visto, la drive force che spinge oggi le aziende a orientarsi su una soluzione piuttosto che su un’altra è molto più complessa rispetto al passato. Se dal punto di vista tecnico il progresso qualitativo dei tappi a vite sembra aver creato un’alternativa credibile ai tappi in sughero (lati negativi più gestibili, mentre i problemi del sughero si verificano in modo indiscriminato), dal punto di vista del posizionamento commerciale della bottiglia, il sughero rimane, ad oggi, la scelta preferibile dai vini premium in su.
Il discorso, però, non si esaurisce qui, poiché negli ultimi 15-20 anni un terzo importante fattore è entrato in gioco nella scelta della chiusura da parte delle aziende: la sostenibilità di filiera. In generale, come visto nell’articolo sul packaging (che trovate qui), il comparto food è ormai pieno di consumatori che mettono al centro dei loro acquisti elementi green come riduzione degli sprechi, filiere sempre più corte ed economie circolari. E sotto questo punto di vista, quale tappatura rappresenta la soluzione più ecologica?
Nel 2020, la portoghese Corticeira Amorim [1] (40% del mercato globale dei tappi in sughero) ha certificato che il 60% dei suoi prodotti presenta un’impronta di carbonio negativa (fino a -56,4 g CO2 eq/tappo). Lo studio, affidato a due enti terzi (Ernst & Young e PricewaterhouseCoopers) ha anche permesso di porre l’accento su altri vantaggi delle tappature in sughero, come minori emissioni di gas serra, ossidanti fotochimici e rifiuti solidi prodotti.
Sempre all’interno del filone sostenibilità, in Amorim, nel 2024, è stato introdotto BeeW, un innovativo rivestimento biodegradabile a base di cera d’api sui tappi in sughero naturale, con la creazione di un nuovo prodotto completamente naturale che ha mostrato nei test di laboratorio importanti passi in avanti nell’affinamento dei grandi vini (tassi di ingresso dell’ossigeno più costanti). La bontà della strada intrapresa è stata certificata anche dalla vittoria del premio Innovazione Tecnologica (ENOMAQ 2025) assegnato dalla Fiera di Saragozza, una delle manifestazioni più importanti d’Europa per il settore dell’enologia.

L’uso di materiali bio-based (anche qui si usa cera d’api) e l’ottenimento di rigorose certificazioni ambientali sono mandatorie anche per la francese Oeneo/Diam Bouchage, secondo produttore mondiale di tappi in sughero. Da anni, questa azienda utilizza solo materiale proveniente da foreste gestite secondo gli standard FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification), con focus chiari e precisi sul mantenimento della diversità biologica e sui benefici apportati alle comunità locali. In aggiunta, Oeneo sta convertendo i propri impianti per riutilizzare la polvere di sughero (oggi scarto di lavorazione) come biomassa per alimentare il processo di purificazione a CO2 supercritica (quello usato per abbassare i tenori di TCA), puntando a un ciclo produttivo quasi totalmente autosufficiente dal punto di vista energetico.
E le aziende produttrici di altre tappature, come si stanno interfacciando con il tema della sostenibilità?
Di per sé, come visto in precedenza, il processo produttivo è intrinsecamente deficitario rispetto a quello dei tappi in sughero (l’impronta di carbonio è sicuramente positiva per tappi a vite, tappi sintetici e tappi a vetro), ed è stato necessario, perciò, cercare altri punti critici nei quali poter attuare politiche più green: il risultato finale, in tal senso, potrebbe anche non essere così scontato e le tappature non basate sul sughero potrebbero anche aver trovato dei margini evidenti attraverso politiche molto precise e tecnologicamente all’avanguardia.
Guala Closures, leader mondiale nella produzione di chiusure per bottiglie (20 miliardi di tappi a vite tra vino, spirit, acqua, olio e aceto) ha ottenuto la medaglia d’oro da EcoVadis nel 2025, posizionandosi nel top 3% delle aziende globali per pratiche sostenibili, grazie soprattutto alle nuove chiusure ecosostenibili della linea Blossom, che usano polimeri derivati da materiali recuperati (come la plastica oceanica in alcuni componenti interni), riducendo l’impronta di carbonio fino al 30%.

Per quanto riguarda le chiusure sintetiche, invece, il leader mondiale (detiene circa il 14% delle quote complessive) è la belga-americana Vinventions/Nomacorc, che ha da sempre incentivato produzioni con un forte focus sull’economia circolare. Un esempio è il programma Corkloop, che prevede che gli scarti di produzione siano reincorporati nella composizione dei nuovi tappi. Oppure la linea Nomacorc Ocean, la prima chiusura al mondo realizzata con Ocean Bound Plastic (plastica raccolta nelle zone costiere prima che finisca in mare): nel 2024 sono stati recuperati quasi 10.000 kg di plastica marina grazie a questa iniziativa e per tre anni consecutivi questa linea ha ottenuto la certificazione Net Zero Plastic to Nature, garantendo che per ogni tonnellata di plastica utilizzata ne è stata rimossa una quantità equivalente dall’ambiente.
Da segnalare, infine, nel comparto sintetici, anche la linea Devin prodotta dalla storica azienda sarda Ganau, entrata a far parte nel 2024 del più ampio gruppo Tapì (player globale specializzato nella progettazione e produzione di chiusure ad alto contenuto di design per i segmenti premium e luxury): è ottenuto miscelando polimeri vegetali alle vinacce, recuperando gli scarti della vinificazione.
Tutti questi esempi ci mostrano come ormai l’elemento tappo sia diventato un elemento non trascurabile della brand identity aziendale, poiché la scelta di un prodotto piuttosto che un altro sottende accordi con specifici partner e con le loro politiche di sostenibilità. E proprio nella costruzione della propria immagina aziendale, che il tappo è passato dal semplice responsabile della tenuta della bottiglia di vino ad un elemento del tutto nuovo, che contribuisce a determinate strategie di marketing.

Seguendo questo filone, nel biennio 2019-20, Guada Closures ha lanciato la linea Nestgate (sia tappi a vite che tappi in sughero) con integrato un microchip NFC (Near Field Communication): primo in Europa a usarlo, la piemontese Vigneti Massa. In pratica, avvicinando lo smartphone alla chiusura, il consumatore può accedere a contenuti esclusivi o partecipare a programmi fedeltà, avere informazioni su territorio, uve, produzione, abbinamenti: così facendo, si è compiuta la trasformazione del tappo a strumento digitale interattivo. L’NFC apre un canale di comunicazione diretto tra produttore e cliente finale (senza bisogno di scaricare app), permettendo anche all’azienda di avere uno strumento potentissimo per alimentare il proprio storytelling. E non finisce qui, perché trattasi di un’autostrada a due vie: a loro volta, i produttori possono monitorare i canali di distribuzione (dove e quando avvengono le scansioni, comprendendo meglio il comportamento dei clienti e ottimizzando le strategie di mercato). Ultimo, ma non meno importante, questi chip possono essere dotati anche di un sistema sensibile alla movimentazione del tappo: poiché ogni chip ha un ID univoco e non duplicabile (spesso registrato su Blockchain), è impossibile sostituire il vino autentico con uno contraffatto senza che il sistema digitale lo rilevi, permettendo così di contrastare il mercato parallelo (soprattutto sulle grandi etichette) in alcuni specifici mercati ad alto rischio di frode.
Volendo tirare le somme, al di là delle novità digitali, al momento le due maggiori alternative per i produttori sono rappresentate dai tappi di sughero, da quelli a vite e da quelli in microgranuli di sughero che tratteremo in un terzo articolo.
Se dal punto di vista del marketing i primi sono sicuramente i favoriti, dal punto di vista tecnico e dal punto di vista ambientale enormi sforzi sono stati compiuti e ad oggi il gap tra le due tipologie sembra essersi assottigliato: da un lato, il potenziale di riciclo dei tappi a vite li rendi molto più affascinanti in prospettiva, poiché i margini in tal senso sembrano molto più larghi rispetto ai sugheri; dall’altro, sotto l’aspetto tecnico, sembra che il tappo a vite non sia così problematico come raccontato in passato. Resta da convincere tutto il mondo enologico, ma da tecnico, appare chiaro che la replicabilità del prodotto, per quanto mi riguarda, debba sempre essere messa al centro della produzione: in tal senso, i tappi a vite potrebbero rappresentare il futuro, tappi in microgranuli permettendo.
[1]https://www.amorim.com/en/media/news/life-cycle-analysis-confirms-environmental-superiority-of-amorim-cork039s-natural-cork-stoppers/5034/