Sfogo da vecchio: il mondo del vino al tempo delle guerre e delle paraolimpiadi5 min read

Premetto che non parlerò solo di vino e quindi a chi interessa solo quel settore può andare oltre tranquillamente.

In questo periodo essere multitasking con guerre (per me vergognosamente assurde ma ipocritamente motivate), economia ai limiti di esplosione o implosione, paraolimpiadi sottovalutate, situazione del vino e vita di tutti i giorni, le donne (come sempre) sono avanti a noi e io, che arranco tra le ultime posizioni maschili, mi vergogno un po’ a cercare un filo conduttore che serva a farci capire come questo tragicissimo momento storico possa servire al vino italiano per uscire da una crisi che pare stritolarlo.

Parto dal vino perché il coraggio di scrivere questo articolo viene da un’ottima Barbera d’Asti (di cui non svelerò il produttore manco sotto tortura solo perché non vorrebbe essere complice di queste affermazioni). Grazie a lei non mi vergogno a scrivere che questo tremendo momento storico potrebbe essere superato grazie al vino.

Attenti, non sto dicendo che dobbiamo bere fino a dimenticare cosa stiamo vivendo, ma semplicemente che ci considerano tutti ubriachi per dirci fino alla nausea che attacare un altro stato, come purtroppo ci dimostrano Israele e Stati Uniti è la migliore arma di difesa. Sicuramente però è una potente arma di comunicazione: basta dire di essere in pericolo e puoi bombardare a destra e a manca per difenderti da pericoli veri o presunti, in barba a quello che un giorno veniva chiamato diritto internazionale.

A questo punto spetta al vino italiano, con molte più motivazione vere, pacifiche e serie di Israele e Stati Uniti, “bombardare” con ottimi vini i mercati adesso confusi, proponendosi come noi italiani sappiamo fare da sempre, cioè come amici che ti aiutano, pure volentieri. 

Quindi proviamo a battere i mercati di America del Nord e Europa, Asia, addirittura Africa, con vini di prezzo basso e di qualità alta (qualche volta abbiamo fatto il contrario e ci è andata pure bene…) che possano intercettare questo momento di incertezza. Non puntiamo, anche dal punto di vista del marketing, sui soliti collaudati “cavalli” amati da tutti ma bevuti da pochi, ma mettiamo in prima fila  vini che possano essere bevuti senza svenarsi e con piacevole sorpresa da tutti, in un mondo dove tutti, tramite i social, possano dirlo.

Facile a dirsi e difficile a farsi e questo è vero, ma nel mio sproloquio vengono in aiuto le paraolimpiadi di Milano-Cortina, pochissimo seguite (anche da me)  ma che possono insegnare molto.

Ieri ho seguito, tra l’incredulo e l’impaurito, la discesa libera per ipovedenti (maschi e femmine) su una pista tra le più difficili del mondo. Premetto che sono uno sciatore che sa, per trascorsi agonistici, cosa voglia dire andare a 90/100 all’ora su una pista da sci e pensare che persone che non vedono ( o vedono solo delle ombre) possano farlo guidati solo dalla voce di un amico davanti a loro è un qualcosa che mette, per coraggio, fiducia, allenamento, conoscenza e bravura tecnica,  qualsiasi disciplina sportiva per normodotati in terza o quarta fila.

Ecco, il vino italiano può risultare spesso, per mancanza di organizzazione, di frammentazione della proposta, di “marketing” come si dice oggi, peggio di uno sciatore cieco, che nella migliore delle ipotesi si affida a qualcuno per andare avanti. Spesso arriva al traguardo ma non tra i premiati, spesso sbaglia strada o non si mette nemmeno in gara perché non sa dove andare, da dove scendere o non ha abbastanza fiducia “nell’amico” che lo guida.

Oramai bisogna capire che per vendere bene dei buoni vini non basta “saper sciare” bene ma serve appoggiarsi ad altri, altrettanto bravi, per arrivare in fondo e magari sul podio.

Fermo restando che parlo di buoni prodotti a prezzo equo (e quindi non parlo dei grandi vini a prezzi altissimi)  la filiera non può essere fatta da chi è “mezzo cieco” ma da chi vede benissimo la pista da seguire, altrimenti anche il più bravo “produttore/sciatore ipovedente” uscirà fuori pista alla prima curva.

Quindi ecco le regole per vincere le “Olimpiadi del vino” (normodotati o meno)

Fare ottimi vini (non perché lo dice la stampa ma perché lo dite voi, assaggiandolo come se non foste il produttore)

Farli a prezzi concorrenziali ma comunque non alti (ogni azienda che si rispetti può farlo non destinando partite importanti a vini top da poche bottiglie).

Trovare l’amico/distributore giusto.

Seguirlo sulla pista che lui vi indica.

Tagliare il traguardo e pensare subito a tornare in alto per ripartire altrove.

Lo so, sono proposte semplici e scontate, portate dallo sport ad alti livelli alla vita reale, ma ricordiamoci che molti degli accorgimenti tecnici sui motori delle auto che guidiamo oggi  (pagando cifre stratosferiche per benzina o diesel grazie a Israele e agli Stati Uniti…) vengono dalla Formula Uno e quindi partire dallo sport  è un modo semplice e chiaro, nonché reale, per far capire le opportunità che per cecità o per mancanza di coraggio spesso non si sfruttano.

Proprio ieri abbiamo battuto per la prima volta la nazionale inglese di rugby: non era mai accaduto e solo 3-4 anni fa sembrava impossibile: noi italiani siamo quelli che fanno imprese impossibili (la Brignone quasi convalescente con due ori ne è l’ennesima dimostrazione) eppure ci consideriamo (e ci considerano) inferiori.

Sarà vero? Il mondo del vino cosa ne pensa?

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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