Assaggi Montefalco: Sagrantino sempre meglio, Rosso con qualche dubbio4 min read

Fa sempre un certo effetto assaggiare accanto a… Benozzo Gozzoli e al Perugino! Questo succede quando degusti in una sala della Chiesa/Museo di San Francesco a Montefalco, praticamente accanto a opere d’arte che giustificano da sole il viaggio, non solo a piedi ma pure in ginocchio. Un grazie al Consorzio Tutela Vini Montefalco è quindi doveroso.

Cappella di San Girolamo di Benozzo Gozzoli

Passando a parlare di vino “l’affresco enoico” dei vini di Montefalco parla sempre di tinte forti ma molto meno invadenti e, se mi passate il termine, naïf. Si nota sempre più anche una discreta eleganza nel tocco che modella i tannini, non certo femminei, dei Sagrantino.

Lasciando da parte definitivamente i paragoni pittorici i Montefalco Sagrantino degustati ci sono sembrati sempre più un bel modo di declinare un vitigno imponente, difficile e invadente come il Sagrantino. L’evoluzione di questo vino è in atto da diversi anni e questo in un contesto climatico che sicuramente non ha aiutato.

Penso di essere stato uno dei primi giornalisti italiani a conoscere abbastanza bene il mondo del Sagrantino: si parla dei primi anni ’90 del secolo scorso e vi garantisco che in trent’anni il Montefalco Sagrantino è passato da vino monolitico e arcigno a prodotto equilibrato, profumato e elegante, per quanto permette il vitigno.

In un mondo che ha problemi a bere vino rosso la posizione del Montefalco Sagrantino non è certo facile ma vi garantisco che forse non esiste denominazione in Italia che ha fatto più passi avanti, agronomici e tecnici, per “addomesticare” un vitigno. Però dobbiamo almeno  concedergli il beneficio del tempo, perché un buon Sagrantino non può essere goduto prima di 7-8 anni, in qualche caso 10. A questo proposito mi sento di consigliare al Consorzio di fare propria la geniale scritta “Lunga attesa”, utilizzata da un produttore per un suo Sagrantino.

Ho un’idea che mi gira in testa da diverso tempo e cosi ve la propongo: è una teoria sicuramente bislacca ma che forse ha qualche fondamento e cerca di  spiegare i grandi passi avanti fatti negli ultimi anni dal Sagrantino verso equilibri e finezze impensabili in passato.

Credo che una parte del merito vada dato all’aumento della produzione dei vini bianchi in zona. Cerco di spiegarmi: fermo restando che a Montefalco si parla quasi sempre di piccoli produttori, questi, lavorando solo su uve rosse, possono avere alcuni concetti, alcune idee come, per esempio, la finezza di un vino, parametrati sui loro rossi. Nel momento in cui grechetto e trebbiano spoletino hanno iniziato ad affacciarsi con forza le idee di finezza e freschezza hanno avuto una logica evoluzione, magari inconsapevole, ma che sta portando piano piano verso dei Sagrantino che non rinnegano la profonda concretezza del vitigno ma lo rendono più affascinante agli occhi del mondo.

Ora che l’ho detto sto meglio, ma capisco che possa non convincervi, insomma massacratemi pure.

Passo così velocemente a parlare del Montefalco Rosso,  il vino che è il  “capofamiglia” del territorio, quello che porta a casa lo stipendio, in altre parole il più venduto. Quest’anno non è che ci abbia convinto in pieno, anche se è sempre difficile in un assaggio parlare di un vino in teoria da bere giovane, di cui assaggi 3-4 annate diverse e che ha una versione Riserva, anch’essa spesso spalmata su altre 3-4 annate. La sensazione è comunque che se i produttori hanno trovato un modo per plasmare il Sagrantino non siano ancora arrivati alla stessa cosa per quanto riguarda non solo il sangiovese, ma anche gli altri vitigni presenti nell’uvaggio, come la barbera, il merlot, il montepulciano.

Visto che è l’articolo delle teorie astruse ne butto giù un’altra: ma perché non provare a fare un Montefalco rosso con un po’ di bianco dentro? Il Chianti e il suo vecchio disciplinare non sono poi così lontani e un po’ di grechetto (non ci vedo il trebbiano spoletino) forse riuscirebbe a dare quella beva più immediata che certo non farebbe male ad un vino da bere giovane, senza per questo negargli di poter maturare bene in un arco di 3-5 anni.

Insomma, degustare accanto a Benozzo Gozzoli e al Perugino ti fa venire in testa anche idee particolarmente “colorate”.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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