Il vino è il Moscatello di Castiglione a Casauria, dal 2009 identificato "ufficialmente" come Passito Igt Colline Pescaresi, in Abruzzo. Un vino salvato dall’oblio dalla piccola produzione per autoconsumo che ha consentito, dopo anni di studi e ricerche, di codificare il clone Uba-Ra-Mo 16 e di vederlo riconosciuto da parte del Ministero delle politiche agricole e forestali.
Piccolo vino. Perché questo autoctono clone naturale di moscato ha grappolo e acini piccolini ed è coltivato in minuscoli vigneti tra 250 e 350 metri di altitudine, su terreni calcareo-argillosi, a poche decine di chilometri dal mare e a ridosso delle montagne del Gran Sasso e della Maiella.
Antico. Sicuramente si produceva un vino da queste uve fin dalla metà del XVII secolo. Le prime testimonianze scritte di cui si ha traccia risalgono a documenti del XVIII secolo. Nel “Libro degli affitti, case e vigne” ad opera dell’”Illustrissima Camera Baronale di Castiglione alla Pescara” del 1747 si riporta che tali Pietro Cristallini e Gesmino Gesmini pagavano l’affitto “per il Moscatello alle Coste di San Felice”. In un altro documento, tal Filippo Fasulo di Napoli, impegnato a valutare a fini essenzialmente fiscali e nell’interesse statale il feudo della famiglia de Petris-Fraggianni situato in Castiglione alla Pescara (diventata Castiglione a Casauria nel 1863), scrive nel 1766 che “Vi è in tempo di estate la vendita di moltissimi frutti gentili ed un Moscatello di buonissima qualità, che si trasporta fino all’Aquila, donde ne riportano una considerevole somma di denaro ogni anno”. Notazioni analoghe, rinvenute anche in atti notarili, si ripetono negli anni immediatamente successivi e consentono di individuare altre zone di produzione e il loro pregio – Coste di San Felice, Costa delle Forche, Vicennola, Fornaca – ma anche di capire l’importanza economica che questo vino rivestiva per il territorio, almeno fino ai primi venti anni del 1900, quando fu in pratica abbandonato a causa della fillossera e del fenomeno della forte emigrazione all’estero di molti abitanti delle zone interne dell’Abruzzo. La coltivazione e le tecniche di vinificazione del Moscatello sono state tramandate per tutto il 1900 da poche famiglie che, in piccolissimi appezzamenti, hanno continuato a produrre questo vino dolce e profumato destinato al consumo familiare e in quello collettivo in occasione della festa del patrono San Biagio e, in tempi più recenti, nella sagra gastronomica dedicata. Il vitigno originale, in mancanza di ricerca e di interventi tecnici, si stava contaminando e la qualità del vino scemava. Solo negli ultimi decenni è stata avviata una seria attività di studio e di recupero culminata nell’odierna rinascita.
Il vento. Confesso che è il mio tallone d’Achille. Guido in scioltezza con nebbia, neve, ghiaccio e temporali ma ho timore irragionevole del vento forte. Certe volte, quando salgo i viadotti prima del traforo del Gran Sasso, mi aggrappo allo sterzo e fischietto canzoncine, sperando di arrivar presto dentro il ventre amico della montagna. Capita spesso anche qui, sui viadotti della A25 tra Bussi e Alanno, nell’alta Val Pescara. In queste “Gole di tre Monti”, che il fiume Pescara ha scavato tra le rocce calcaree, soffia perennemente il “Pescarino”: ora dolce, più spesso impetuoso, facendo mulinare le quattro grandi pale eoliche che dominano la valle e consentendo alle uve di “respirare” restando asciutte e al riparo dell’umidità dopo il notevole sbalzo termico tra le temperature elevate del giorno e i repentini abbassamenti notturni. Così, queste piccole uve colorate di giallo dorato e rosso porpora possono serenamente maturare e appassire sulla pianta, amplificando tenore zuccherino e contenuto in terpeni senza perdere un adeguato scheletro acido. Senza ammuffire.
Assaggio il vino, nell’edizione “Angelucci” del 2009, etichetta premiata con le “Tre corone 2011” da una delle guide più note: il colore è giallo paglierino intenso con bei riflessi dorati; netti e finissimi i sentori floreali in armonia con i richiami fruttati di melone, pesca e cedro candito su un fondo sapido e iodato (il mare è a soli 40 km). In bocca è denso e suadente (agrumi, ananas maturo) ben equilibrato da una spina acida che sostiene morbidezza e dolcezza. Chiude con piacevoli note mandorlate. Molto, molto piacevole e armonico: da quattro stelline!
Mi piace berlo di pomeriggio (non amo chiudere i pasti con vini dolci/passiti) magari accompagnato da un pasticcino o un pezzetto di formaggio erborinato quando c’è. Lo servo fresco, tra 8 e 14 °C, secondo gusti e stagione.