Una riflessione (addirittura!!) sul modo per appassionare scrivendo di vino.4 min read

Sfondo una porta aperta: leggere un libro serve, alcune volte più di altre. L’ ultima volta in cui mi è servito "di più" stavo centellinando l’opera scritta a due mani da Roberto Cipresso e Giovanni Negri, Vineide. Sono praticamente due libri in uno, che si intrecciano. Quello scritto da Negri è una serie di 26 interviste impossibili sul tema del vino (da Marilyn Monroe a Erasmo da Rotterdam, da San Benedetto a Saffo), mentre Roberto prende spunto dall’intervista impossibile per affiancare un vitigno al concetto di maggior peso dell’intervista o dell’intervistato. Per esempio: l’Intervista alla Monroe vede Roberto parlare della seduzione e del vitigno che per lui l’incarna, il Merlot.

Ma questa non è una recensione: volevo spiegare solo il “clima”, in cui mi sono nate alcune idee, pardon (non esageriamo..), un’idea. Mentre leggevo le godibilissime interviste impossibili continuavo a rimanere sorpreso da come, quasi senza volerlo, citandolo pochissimo e divagando continuamente, il tema del vino assumesse forza e spessore unici. Eppure, ripeto, pur essendo la “scusa” per l’intervista questa  ruotava sul mondo, la storia ed il pensiero dell’intervistato: il vino aleggiava, era “soltanto” una presenza benevola e voluta.

Terminato di leggere le 7-8 pagine di ogni intervista  mi convincevo sempre più che quella era la forma più intelligente e profonda per appassionare al vino e parlarne, perché lo inquadrava per quello che era, è e sarà: un subalterno di gran lusso. Subalterno di gran lusso della storia, bonaria eminenza grigia dell’evoluzione dell’uomo, anima mundi sempre esistita e che sempre esisterà, alter ego , compagno fedele, presenza stimolante, anche ossessione in alcuni casi. Mai in prima fila nel percorso fatto dall’uomo ma sempre accanto ai personaggi che hanno fatto la storia. Mentre leggevo mi mettevo nei panni del vino e provavo piacere ad essere stato mercificato brutalmente da Al Capone, utilizzato politicamente dalla Contessa di Castiglione (Bacco e Venere..), amato  quasi oltre misura da Churcill e via cantando.

Alla fine di ogni intervista mi si chiariva il ruolo del vino in tanti piccoli pezzetti della storia umana: questo mi dava una grande gioia, facendomi sentire nesso tempo  quasi un carbonaro che deve tenersi stretta la sua verità, con la paura di rivelarla alla persona sbagliata. Spero che tu, lettore, sia la persona giusta.  Non solo: dalle righe di Giovanni  Negri filtrava un qualcosa che io conoscevo bene ma che all’inizio non riuscivo a riconoscere. Poi ho capito: era l’amore: l’amore per il vino e contemporaneamente per la storia dell’uomo, l’amore per un liquido misterioso e storico che è stato uno dei migliori amici dell’umanità, pur divenendo spesso  grande nemico per tanti uomini.  Ma, come i razzisti, che odiano perché non conoscono e non vogliono conoscere, così il razzista del vino, cioè l’astemio (e/o chi nei secoli lo ha proibito all’uomo), ha odiato il vino perché non lo ha voluto conoscere (e forse per questo ne ha avuto anche immotivata paura).

La famosa frase di Richeliu “Se Dio avesse proibito il vino, perché mai lo avrebbe fatto così buono?” esprime tutta la gratitudine e la fiducia che una mente  pensante (anche troppo nel caso del cardinale…) dovrebbe riporre in questo liquido, una specie di monolite di “2001 Odissea nello spazio”, motore immobile che ha fatto scaturire la scintilla del progresso e dell’evoluzione umana, rimanendo però sempre nelle retrovie: misteriosa forma la cui ombra è sempre nella coda dell’occhio della storia.

Più volte ho constatato che  non c’è cosa più noiosa che leggere libri (varie volte anche articoli) dove  produttori di vino parlano della loro azienda o dei loro vini. Questo perché il personaggio, spesso è volentieri non ha quella forza, la sua storia non ha quella grandezza che permette al vino di mettersi a suo agio e sdraiarsi nei giusti interstizi della vita. 

Grazie a Vineide ho capito che spesso “sbattere il vino in prima pagina”, specie in un libro che parla di vita vissuta, è controproducente e sbagliato: sarebbe come se durante il Trionfo ogni condottiero romano  avesse messo sul carro da parata il suo attendente, da solo. La storia ed il destino del vino non è quello di stare da solo sul carro da parata, compito troppo gravoso, ma di aiutare noi tutti, piccoli o grandi condottieri, a salirvi.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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