Vini ad Arte 2015: riflettiamo….4 min read

Ad un certo punto, all’inizio di Vini ad Arte 2015, mentre si dipanava la degustazione introduttiva sulle varie zone e sottozone del Sangiovese in Romagna, guidata dal bravo e appassionato Giorgio Melandri, ho attivato un mio personalissimo sistema di viaggio  nel tempo.

Immediatamente mi sono ritrovato nei panni del frastornato novizio borgognone Charles de Machion a cui, in un periodo indefinito tra il  XIV° o XV° secolo, il maestro cantiniere padre George Melandrié cercava inutilmente di infilare nella testa dura l’importanza di conoscere le molte differenze territoriali della Borgogna e dei suoi vini.

 

Mentre padre Georges continuava ad elencare nomi su nomi (Vougeot, Beaune, Chambolle, Fixin, Pommard etc)  il giovane Charles si domandava a casa poteva servire suddividere i vigneti a seconda delle loro caratteristiche: chi nel futuro avrebbe tenuto conto di quelle più o meno astruse (secondo lui) suddivisioni?

 

Mi sono svegliato da questo sogno ad occhi aperti e sono ritornato al presente, ma questo “viaggio” ha permesso di comprendere l’importanza di una cosa che, sul momento, non solo non ritenevo così importante, ma soprattutto pochissimo legata ai risultati finali, al vino in bottiglia.

 

Intendiamoci: pur ammirando il grande lavoro di suddivisione del territorio della Romagna enologica fatto dal 2006 ad oggi, continuo a pensare che i vini romagnoli solo raramente rispecchiano in pieno le pur giuste suddivisioni (con annessi e connessi tipi di suolo, microclimi, esposizioni etc) e che alla fine dei salmi prevale essenzialmente la mano del produttore. Non si spiegherebbe altrimenti come dei sangiovese che, sulla carta, dovrebbero avere tannini grossolani li abbiano fini e viceversa, che dove si decreta sapidità questa manca e viceversa..e potrei continuare.

 

Insomma: la suddivisione della Romagna nelle molte zone e sottozone che ci hanno presentato è un atto doveroso per il futuro di questa zona, ma ad oggi non me la sento di ammettere incondizionatamente che attraverso questa suddivisione si possano elencare, a monte, le caratteristiche dei sangiovese che vi nascono.

 

Ma veniamo proprio ai sangiovese che vi nascono e che abbiamo degustato durante Vini ad Arte, l’annuale manifestazione organizzata dal Convivio di Romagna e dal Consorzio vini di Romagna, quest’anno incentrata sulla Riserva 2012.

Ma oltre a questa tipologia/annata si potevano degustare molti altri Sangiovese di altre annate, tipologie, denominazioni, sottozone, (e taciamo per bontà su come era stato organizzato l’elenco di degustazione…).

 

La Riserva 2012 è un vino con un ‘alcolicità notevole ed una ricerca di concentrazione di cui non si riesce a capire il motivo. Infatti i Sangiovese Superiore (non riserva) degustati si sono mostrati ben più che strutturati e comunque dotati di freschezza e bevibilità.

 

Purtroppo si vuole creare “il grande vino” e questo nell’immaginario collettivo di molti produttori deve giocoforza passare dall’iperconcentrazione, da un uso spesso esagerato e marcante del legno, da vini giocoforza molto fasciati e monolitici e, in particolare in questa vendemmia, da gradazioni alcoliche quasi sempre superiori a 14°. Così in realtà si creano dei vini grossi, non dei vini grandi, ma cosa vuoi farci se non pochi produttori ti presentano con orgoglio vini che raggiungono i 16.5° alcolici?

 

Il bello è , come ho accennato, che le tipologie  “minori” del Romagna Sangiovese, sono spesso vini equilibrati, profumati, ben bevibili e anche con discrete possibilità di invecchiamento. Ma quando dal  Sangiovese e Sangiovese Superiore si passa alla Riserva  una bella fetta di produttori si lascia andare e vede in questo vino l’arma per sfondare sul mercato dei “grandi” (alias grossi) vini rossi italiani, non capendo che questo mercato, se c’è stato, è ormai morto da almeno 10 anni.

 

Le intenzioni ripeto sono buone, buonissime, ma spesso si sbaglia l’approccio e, specie in annate molto calde come il 2012, sarebbe occorsa una mano più leggera anche in vigneto, magari con minori diradamenti, per evitare concentrazioni che poi devi per forza “accollarti” in cantina.

 

Quindi la Riserva 2012 di Romagna Sangiovese sarà un vino da tenere ben fermo in cantina per almeno 5-6 anni prima di provare ad aprirlo. Nel frattempo godetevi il Romagna Sangiovese (magari superiore) non riserva e sono convinto che berrete bene, spendendo il giusto e magari anche con connotazioni più territoriali rispetto agli “eccessi” della riserva.

 

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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0 responses to “Vini ad Arte 2015: riflettiamo….4 min read

  1. Condivido pienamente l’articolo, in molti casi è meglio il Superiore alle Riserve.
    Purtoppo in Romagna ( salvo rare eccezioni ) invece che l’eleganza si ricerca la struttura , snaturando le tipicità  del sangiovese.
    in vendemmie calde e negli ultimi anni ne abbiamo avute molte, il risultato è di avere alcool esagerato e beva frenata.

  2. Vini fasciati? Grande invenzione! Non avrei saputo dire meglio!
    Complimenti Macchi, ancora una volta hai centrato il problema. Per una grande frequentatrice della Romagna come me sono un tormento.

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