Un ricordo di Luigi Veronelli2 min read

Sono uno dei pochi giornalisti italiani del vino a non aver conosciuto “pirsonalmente di pirsona” Luigi Veronelli,  di cui oggi cadono i 100 anni dalla nascita. Quindi non posso essere uno dei molti che affermano (diversi a ragion veduta) di essere suoi discepoli.

Veronelli però l’ho conosciuto molto più da morto che da vivo: Luigi è infatti come il petrolio negli Emirati Arabi, basta scavare in un qualsiasi punto e lo trovi subito.  Così basta incontrare un produttore non giovanissimo, leggere un libro su un territorio, sentire la storia di una cantina dalle Alpi al Lilibeo e viene fuori il suo nome, una sua lettera, uno scritto (e che scritto) a riguardo.

Praticamente lui è arrivato ovunque e ovunque ha lasciato un segno indelebile del suo passaggio. Va quindi ringraziato non solo perché ha segnato la strada che molti, anzi diversi, hanno seguito, ma perché è stata la fiaccola olimpica del vino, passando paese per paese con una curiosità insanabile e in molti casi parlandoci di mondi e di vini oggi scomparsi.

Vi porto come esempio questo brano, tratto da un volume della Cucina Rustica Regionale edito nel 1978, in cui lui curava il settore vino e Luigi Carnacina le ricette. Eccovi la presentazione della Liguria del vino nel, ripeto, 1978: “Contro una radicata e del tutto incomprensibile convinzione, la Liguria ha una gran quantità di eletti vini. Oltre ai già citati  Coronata,  Vérice, Limassina del Savonese,  Granaccia di Quiliano, Marinasco e il Moscatello di Taggia  ricordo l’Acquasanta bianco, leggero e fresco di straordinaria simpatia, prodotto nel comune di Mele. L’Altare bianco e rosso, leggeri e sani nel comune di Uscio, l’Albarola di Beverino, bianco ruvido secco e capace; il Bianco di Bolano, lieve e passante, il Bianco di Sesta Godano, delicato al naso e sicuro in bocca; i Bruzzolara bianco e rosso, lievi e passanti in comune di Borzonasca; il Buzzetto bianco gradevolmente asprigno, di Quiliano: i Linero bianco e rosso, equilibrati e eleganti, di Castelnuovo Magra; il Missanto, vino bianco di colore paglierino, delicato profumo e sapore secco appena interrotto da piacevolissima vena abboccata, di Castiglione Chiavarese: i Poggialino rosso, rosato e bianco, di Santo Stefano Magra; il Rollo di Pecorile, bianco color oro, sapido e vinoso, in comune di Celle Ligure; il Torsero di Peagna, vino rosato, secco e fragrante, in comune di Ceriale.”

Molti (quasi tutti) di questi vini non esistono più e bisogna ricorrere agli scritti di Veronelli per ritrovarli. Solo per questo andrebbe ringraziato per i prossimi cento anni e spero che nel 2126 ci sarà qualcuno a farlo a nome mio e dei molti colleghi che oggi l’hanno ricordato.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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