Tutto quello che avreste voluto sapere sul vino dealcolato ma che non avete mai osato chiedere6 min read

Il vino dealcolato? E’ un ossimoro? Un vino senza alcol è una contraddizione? No, è in teoria una importante opportunità di mercato per il futuro del settore. Siamo di fronte quindi ad un argomento palesemente divisivo ma indubbiamente attuale.

Ed è su queste premesse che si è svolto presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze un interessante convegno dal titolo Vini dealcolati e parzialmente dealcolati: prospettive di mercato, impatti sociali e ambientali – Progetto Prin Dewine.

In verità alla  fine dei lavori i dubbi iniziali sull’utilità di investire e immettere sul mercato quantità significative di vino dealcolato o parzialmente dealcolato (per brevità NoLo, ovvero No alcol, Low alcol) non sono stati fugati, anzi le perplessità se possibile sono aumentate.

Entriamo nel merito. Le previsioni di mercato sono abbastanza positive anche se non entusiasmanti: è prevista una crescita del 10% nei prossimi dieci anni, quindi alquanto contenuta e ciò si ritiene sia dovuto alle incertezze normative e tecnologiche, oltre ad altri fattori che andremo a raccontare.

Diciamo subito però che la domanda che aleggiava tra i convenuti anche se non del tutto esplicitata, ovvero se i vini NoLo riusciranno ad arginare il calo di consumi che si registra da tempo nel settore-vino, di fatto è rimasta senza risposta.

L’assenza di una normativa chiara impedisce gli investimenti in tecnologia da parte delle aziende per i processi di dealcolazione. Manca una normativa armonizzata e definizioni chiare sulle pratiche enologiche a livello internazionale. La Comunità Europea ha ammesso la produzione di vini NoLo nel 2021, mentre in Italia dopo non poche perplessità da parte del ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, si autorizza a fine 2024 la produzione di vini NoLo ma manca ancora il necessario decreto sulle accise che dovrebbe uscire a breve.

Di seguito verranno esposti sinteticamente alcuni dati così da avere un’idea sullo stato dell’arte dei vini NoLo.

Attualmente le aziende vinicole che hanno nella propria gamma vini dealcolati sono aziende di dimensioni medio-grandi (tra le piccole aziende c’è maggiore scetticismo) e il processo di dealcolazione viene effettuato all’estero, soprattutto in Germania, problema questo di non poca rilevanza co,e si vedrà più avanti.

Riguardo ai consumi, la percentuale decisamente più alta (63%) la troviamo negli Stati Uniti  mentre al secondo posto ben distanziata troviamo la Germania con il 10%. Dal punto di vista della tipologia, c’è da segnalare che sono gli spumanti che tra no alcol (19%) e low alcol (47%) a coprire il 66% del mercato, il resto è equamente diviso tra vini fermi NoLo. Di interessante c’è che il consumatore sembra privilegiare i vini no alcol che danno indicazioni non generiche ma più particolari come l’origine delle uve o l’ubicazione dell’azienda: quindi viene posta attenzione sull’aspetto comunicativo.

Nel complesso sembra questo un momento in cui le aziende stanno a guardare, certo con interesse, se e come si svilupperà il mercato. Su un campione di 177 cantine intervistate circa un anno fa solo il 25% era disposta a fare investimenti in impianti che consentano di effettuare in proprio la dealcolazione; gli altri farebbero ricorso al conto terzi in quanto ad oggi è considerato il modo migliore per affacciarsi sul mercato.

Si rileva comunque, soprattutto da parte delle aziende più piccole, un certo scetticismo dovuto anche alla mancata consapevolezza sulla possibile evoluzione del mercato, oltre ad una maggiore preoccupazione – generalizzata –  per la bassa qualità del prodotto, qualità che potrebbe migliorare con lo sviluppo delle tecnologie dedicate.

Di particolare interesse è risultato lo studio sul comportamento dei consumatori, realizzato su un campione di 3000 intervistati provenienti da sei diversi paesi. A parte il fatto che la maggioranza risulta avere un’idea alquanto vaga sull’argomento compresa la differenza fra No e Low alcol, alla domanda “compreresti vino NoLo allo stesso prezzo del vino convenzionale?”, il 44% ha risposto di si, mentre il 56% ha risposto no.

Da notare che è stato rilevato uno zoccolo “molto duro” pari al 42% degli intervistati che non comprerebbe mai un vino NoLo neppure a fronte di un consistente sconto del 30%. In questo contesto la variabile interessante è l’età: i più giovani sembrano decisamente più interessati a provare vini NoLo, mossi prevalentemente dalla motivazione salutistica. Si nota poi che la propensione ad entrare nel mondo dei vini dealcolati è inversamente proporzionale al consumo pro-capite: in buona sostanza, il bevitore abituale/quotidiano non ha nessuna intenzione di convertirsi ai vini NoLo per paura di non ritrovare più le caratteristiche e il piacere dei vini “convenzionali”.

Processo di osmosi inversa

E’ stata misurata anche l’intenzione generica, indipendentemente dal prezzo, a provare i vini dealcolati ed è emerso un risultato negativo: sono di più i non intenzionati di coloro che intendono provare.

E’ stato fatto un ulteriore esperimento con un gruppo ristretto di 202 giovani studenti, valutando la loro disponibilità a pagare il prezzo della bottiglia prima e dopo l’assaggio. I risultati sono contrastanti: c’è un gruppo abbastanza consistente (oltre 50) per il quale dopo l’assaggio le disponibilità all’acquisto sono cadute in maniera drammatica, ma c’è anche chi ha confermato o quasi e chi ha dato disponibilità a pagare un prezzo più alto di quello indicato.

Avviandoci alla conclusione anche per non tediare troppo il lettore, vale la pena di soffermarci brevemente sulla sostenibilità e l’impatto ambientale dei vini dealcolati. Come già accennato, nella stragrande maggioranza dei casi il vino non viene dealcolato in Italia ma all’estero, prevalentemente in Germania, con l’evidente problema legato al trasporto. Nel convegno è stato evidenziato che il processo è inevitabilmente impattante: al momento, in attesa delle autorizzazioni a dealcolare internamente all’azienda in Italia, si carica su un Tir il vino sfuso, lo si porta in Germania, lo si dealcola, processo nel quale servono grandi quantitativi di acqua, e lo si riporta in Italia, tutto ciò con buona pace della CO2 immessa nell’atmosfera e degli effetti benefici sulla salute del vino dealcolato… Sicuri che sia la strada giusta?

Difficile in questa fase trarre delle conclusioni attendibili. I tentativi di immissione nel mercato dei vini NoLo nasce prima di tutto dall’esigenza di contrastare il calo generalizzato dei consumi di vino, in particolare da parte dei giovani. Ma non c’è da aspettarsi un’inversione di tendenza nel breve periodo. Certo, motivazioni come la salute, i rischi alla guida dopo aver consumato alcol e l’inasprimento delle sanzioni possono dare un modesto contributo alla crescita dei dealcolati, ma l’allontanamento dal consumo regolare di vino che si registra un po’ in tutta Europa non è un fenomeno passeggero, è un “allontanamento culturale” e come tale dovrà essere affrontato.

Fabrizio Calastri

Nomen omen: mi occupo di vino per rispetto delle tradizioni di famiglia. La calastra è infatti la trave di sostegno per la fila delle botti o anche il tavolone che si mette sopra la vinaccia nel torchio o nella pressa e su cui preme la vite. E per mantener fede al nome che si sono guadagnato i miei antenati, nei miei oltre sessant’anni di vita più di quaranta (salvo qualche intervallo per far respirare il fegato) li ho passati prestando particolare attenzione al mondo del vino e dell’enogastronomia, anche se dal punto di vista professionale mi occupo di tutt’altro. Dopo qualche sodalizio enoico post-adolescenziale, nel 1988 ho dato vita alla Condotta Arcigola Slow Food di Volterra della quale sono stato il fiduciario per circa vent’anni. L’approdo a winesurf è stato assolutamente indolore.


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