Sfogo da vecchio: il dilemma dei due imbuti5 min read

Non so come iniziare questo sfogo anche perché il tema è quasi indefinibile o forse è talmente ben definito che ormai è una specie di monolite su cui andiamo ogni giorno a sbattere.

Ha cominciato a girarmi in testa passeggiando per le vigne di Greve con Alessandro Masnaghetti e ingurgitando una serie di dati geologici come solo lui sa esporre, poi ha continuato a formarsi leggendo Verticale e le sue attentissime analisi di vini spesso sconosciuti ai più, per poi formarsi definitivamente davanti agli scritti di Armando Castagno, di Paolo De Cristofaro e degli altri bravissimi colleghi che provano a far capire il mondo del vino non fermandosi solo alla visita in azienda dove si elogiano indiscriminatamente le scale di casa, la cantina, la famiglia fino agli avi che hanno combattuto le Guerre d’Indipendenza e naturalmente i vini.

Alla fine mi sono fatto un’idea che può essere rappresentata da due imbuti (foto qua sotto): come vedete uno è rovesciato e provo a spiegarvi il perché.

A noi giornalisti del vino ormai ci dicono ad ogni pie’ sospinto che abbiamo un difetto (uno solo?…): usiamo troppi termini tecnici per non dire astrusi, che hanno come risultato quello di allontanare le persone, in particolare i giovani, dal vino. In altre parole, la gran massa di termini, di informazioni, di ragionamenti che cercano di far capire i molti perché di un vino, di un territorio, di una storia anche sociale, entrano dalla parte larga dell’imbuto ma subito dopo si ritrovano schiacciate nella parte stretta, quella dalla parte dei consumatori e della loro relativa voglia di ricevere quelle informazioni ormai “compresse” e per molti inutili. Insomma, il nostro modo di fare giornalismo non riesce a passare oltre quella strettoia e così non solo serve a poco ma, dicono, è pure controproducente.

Al contrario, se giriamo l’imbuto dalla parte stretta troviamo i comunicatori moderni, quelli che con una foto, tre parole in croce, un sorriso e magari un paio di tette ben posizionate fanno passare poche informazioni, ma queste riescono ad allargarsi ed arrivare a molte più persone posizionate nella parte larga dell’imbuto. Quindi poche informazioni, speriamo chiare e veritiere, sono meglio di tante, anche vere ma figlie di una conoscenza oggi fuori moda e magari pure noiosa e verbosa.

Cosa possiamo fare noi che continuiamo a vedere un bicchiere di  vino come un insieme di storia e di storie, di tecnica, di scelte umane, di commerci, di vita vissuta, di azioni e reazioni e chi più ne ha più ne metta? Possiamo certo cambiare e semplificare il nostro linguaggio, oppure possiamo addirittura tacere e lasciare il campo.

La domanda che mi faccio però è se veramente le colpe sono tutte nostre o è in atto da tempo un mutamento sociale e storico, magari (speriamo) ciclico come l’andamento delle crisi industriali e economiche, che passa direttamente sopra alle nostre parole e colpisce la società in cui viviamo. Nei giorni scorsi un giovane enologo mi  ha confidato di aver chiesto all’intelligenza artificiale di confrontare, in un periodo di tempo abbastanza lungo, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, l’allontanamento dalla fede cristiana e la diminuzione del consumo di vino in Europa: la risposta ha portato allo stesso identico dato che è un -67%, che vi riporto così come mi è stato detto senza, naturalmente, avallarlo ma solo per fare un esempio di quali macrofenomeni possano portare a microfenomeni come la diminuzione del consumo di vino.

Quindi da una parte noi giornalisti del vino siamo talmente piccoli di fronte ai problemi della società odierna che quello che facciamo e scriviamo probabilmente incide quanto un moscerino nell’indicare la strada a un elefante. Dall’altra però se tanti moscerini si uniscono l’elefante può scegliere la strada dove ce ne sono meno che gli ronzano nelle orecchie.

Eccomi al dunque: anche se ormai siamo mosche bianche o moscerini neri, abdicare e lasciare il nostro posto servirebbe solo a rendere la conoscenza del mondo del vino più superficiale, meno sentita come importante e se le cose non sono importanti avranno sempre meno motivo di esistere.

Tante, magari troppe informazioni su un vino

Da anni sto pensando di scrivere un libro che è impossibile scrivere, cioè la storia del mondo occidentale senza il vino. Come sarebbe stata la nostra storia se l’uomo non avesse trovato e avuto fin dai primordi il vino accanto a sé? Le nostre sorti sarebbero state migliori o peggiori? Sicuramente sarebbero state diverse e credo pure peggiori, ma sono di parte. Il problema non è sul “migliore o peggiore” ma sul fatto che, volenti o nolenti il vino è sempre stato con l’uomo, ne è stato quasi l’ombra, lo ha accompagnato ovunque, in ogni momento storico e sociale e il riuscire a far filtrare, far capire questa “unione millenaria” non può non spingere a trattare una bottiglia di vino con un numero di parole adeguate al ruolo che lei e i miliardi di suoi antenati hanno avuto.

Poi possiamo e dobbiamo usare parole più semplici ma non più semplicistiche e alla fine, se il nostro imbuto le restringerà e rischierà di non farle arrivare a destinazione… almeno ci abbiamo provato.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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