Il giornalismo enoico è a senso unico?6 min read

Non sarà un articolo facile da leggere e, vi garantisco, non è stato facile da scrivere.

Intanto preciso perché parlo di giornalismo enoico, disturbando così il termine giornalismo e lasciando volutamente fuori dal discorso influencer, blogger e compagnia. Lo faccio non perché consideri inferiori queste due categorie  ma perché il Giornalismo (con la G maiuscola) ha delle regole precise, per non parlare di una deontologia professionale ben definita. Il giornalismo si basa su delle informazioni, su delle notizie che prima devono essere verificate e poi pubblicate ed eventualmente commentate. Mi gira sempre in testa la vecchia regola del Giornalismo britannico, non tanto quella delle 5 W (Who, What, Where, When, Why) ma la frase che tradotta recita più o meno “Ma perché questo brutto fdp vuol far credere questa cosa a me? “

Il Giornalismo è quindi un mestiere dove si cercano e si pubblicano notizie, sia positive che negative, perché il mondo non è, come ben sappiamo, a senso unico.

Passando al campo del giornalismo enoico, il mondo del vino diventa il campo in cui cercare le notizie e quindi, per traslato, assaggiare un vino o visitare una cantina diventa una notizia. Succede però una cosa strana  che oramai è diventata una regola: le notizie sono “positive a senso unico” cioè di un vino, di una cantina, di un territorio, soprattutto sul web ma anche sui giornali cartacei si parla solo bene. Al limite non si scrive niente ma non ho ricordanza di un post, un articolo, una frase che presenti, con motivazioni chiare e reali, i difetti di un vino o gli errori di un produttore.

Dirò di più, dopo un breve sondaggio sui social sembra che “sia brutto” parlar male (con motivazioni giuste etc) di un produttore o di un vino. Come detto prima uno preferisce tacere o, in qualche caso, parlare a quattr’occhi con il produttore.

Del resto – questa è una delle motivazioni principali – stiamo parlando del lavoro di una persona/famiglia/azienda  e si rischia di creare danni economici” . Seguendo questa regola non esisterebbe giornalismo d’inchiesta e, tanto per fare qualche nome famoso, Report o Presa Diretta non sarebbero mai nati. Cito due trasmissioni giornalisticamente importanti perché vorrei far capire la differenza tra approcciarsi ad una notizia da amico, conoscente, ammiratore  o da giornalista. Se in una visita, assaggiando un vino, visitando un territorio l’amico trova qualcosa che non va magari può dirlo in privato, ma se sei un giornalista e sei andato lì per scrivere qualcosa devi scriverlo, con tutte le attenzioni e  verifiche del caso, ma devi scriverlo.

A questo punto voglio precisare, per evitare di passare per quello che tira il sasso e leva la mano, che anche noi di Winesurf siamo nello stesso calderone, anche noi  cadiamo nello stesso tranello anche se, come altri colleghi di altre testate, crediamo e proviamo a stare attenti.

Chiarito questo andiamo a cercare i perché di questo comportamento: possono essere vari ed il più sopportabile è che, alla fine, di un produttore diventi amico e ti dispiace parlar male di una persona che apprezzi . Il meno sopportabile è che abbiamo seppellito la coscienza giornalistica (e non solo) e andiamo avanti quasi “in combutta” con i produttori, presentando un mondo idilliaco ma non reale. Per esempio: quando iniziai a scrivere di vino per entrare nell’allora unica guida italiana si doveva raggiungere, almeno con un vino, la soglia dei  70 punti. Fatto questo potevano essere citati anche vini tra i 60 e i 70 punti. Premetto che dalla fine degli anni ’80 ad oggi i vini italiani sono cresciuti moltissimo di qualità ma ormai è prassi consolidata (non per Winesurf, questo va detto) che dare voti sotto gli 80 punti è quasi offensivo e comunque la media dei punteggi si assesta tra gli 85 e i 95 punti. Inoltre si evitai di citare vini che hanno ottenuto punteggi inferiori. Questo è secondo voi frutto di un serio lavoro giornalistico oppure e solo un lento adeguarsi ad essere i valletti del mondo del vino?

Posso ammmettere che 30 o 40 anni fa la voglia di scoperta di un mondo nuovo, come quello del vino, potesse portare a concentrarsi sui pregi e non sui difetti ma oggi sarebbe buona regola allargare l’orizzonte anche a quanto di sbagliato può esserci in un vino, una cantina, un territorio.

Voglio anche aggiungere una mezza cattiveria verso noi  giornalisti: per poter esprimere un giudizio negativo con cognizione di causa bisogna avere conoscenza e esperienza e spesso non è che questa merce abbondi. Quindi meglio tacere che magari fare una sparata per ritrovarsi poi, in un contenzioso, senza argomenti.

Anche perché, bisogna dirla tutta, indubbiamente le sovvenzioni pubblicitarie che fanno vivere il mondo del giornalismo enoico arrivano praticamente tutte dai produttori di vino e dai consorzi di tutela. Parlare male di un vino, di un produttore o di un territorio porta con sé il fondatissimo rischio di non ricevere più vini per assaggi (a noi succede spessissimo) non essere più invitati in cantine più o meno importanti e di non avere nessun aiuto dai consorzi.

Anche se il mondo del vino è pieno di bellissimi articoli che, senza peli sulla lingua, parlano di situazione economiche e strutturali, Questa visione “a senso unico” esiste e i lettori l’hanno sicuramente percepita: non per niente, le guide sono andate a picco e i giornali specializzati idem.  Credo che la stessa cosa accada anche per molte testate/guide estere, solo che il bacino di utenti e talmente più vasto che il problema, in qualche modo, si diluisce.

Però valutare a senso unico funziona ancora bene sui social dove siamo invasi da visite, degustazioni, incontri dove tutti i vini sono eccellenti, le aziende perfette, i territori bucolici. Dal numero di like che ricevono e soprattutto dal fatto che gli  influencer e i  blogger stanno utilizzando questi spazi con grande ritorno (anche e soprattutto finanziario) vuol dire che parlare bene del vino X fa più notizia sui social che su una guida. Forse perché da influencer e blogger ci si attende meno rigore o forse perché un giudizio molto  benevolo ma che puoi leggere senza spendere una lira merita comunque il fatidico like.

Qui potrei parlare della strada in salita che abbiamo intrapreso noi di Winesurf, passando per primi ad un sistema di abbonamento che all’estero è utilizzato da tutti i giornali enoici online, ma passo oltre.

In conclusione  quello che mi fa più paura è che sembra che questa situazione “a senso unico” stia bene a tutti, che nessuno ci veda delle incongruenze di base e magari si prenda la briga di alzarsi è dire “Il giornalismo enoico è nudo!”

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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