D’in su la vetta delle… Colline Teramane!7 min read

Secondo appuntamento per l’anteprima della DOCG Colline Teramane dopo il primo ciak del 2020 e lo stop dovuto alla Pandemia, ovvero presente e futuro della DOCG abruzzese, che a quasi vent’anni dalla sua creazione decide di tracciare, attraverso l’opera del Consorzio, una linea di demarcazione. Uno stacco tra un prima vissuto sulla scia di una viticoltura di quantità e fatta di vini muscolari e concentrati ed un dopo che vuole puntare sulla riconoscibilità ed identità del Montepulciano, vitigno che alberga da secoli su queste morbide colline disegnate tra il mare Adriatico e la selvaggia imponenza del Gran Sasso.

L’evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Vini Colline Teramane, ha coinvolto giornalisti e operatori in un circuito di anteprime, verticali e visite in cantina per toccare con mano lo stato dell’arte. I produttori sono fermamente convinti delle capacità del Montepulciano d’Abruzzo di dare vini di qualità e longevità, ma anche in grado di fare un salto in avanti in termini di apprezzabilità e posizionamento sui mercati nazionali ed esteri. Last but not least si trova la ricerca di identificabilità con il proprio territorio.

Nell’introdurre ai lavori è proprio il Presidente – Enrico Cerulli Irelli, patron della cantina Cerulli Spinozzi – che spiega l’ importante lavoro che si sta facendo all’interno del Consorzio che conta, oggi, una quarantina di produttori per un’estensione di 170 ettari e una produzione (in DOCG) di circa 500.000 bottiglie. Di queste un 60% resta su suolo italico e il restante 40% rappresenta l’export verso USA, Germania, Nord Europa e Canada.

La due giorni teramana ha previsto un percorso di assaggi in anteprima, ovvero annata 2020 per le Colline Teramane (almeno un anno dopo la vendemmia) e 2018 per la Riserva (almeno 3 anni). A questi  si sono aggiunti vini del 2019 per l’annata e di vendemmie precedenti (2017 e 2016) per la Riserva. Anche questi vini di annate precedenti dovevano ancora entrare in commercio.

Per consentire un’ulteriore riflessione sono state inserite alcune annate non ancora in commercio ma con etichette che arrivavano fino alla 2011, dovuto al fatto che i produttori hanno impiegato tempi diversi per l’adeguamento alla Denominazione. Per chiudere l’evento ancora due Masterclass (una di Montepulciano e una di Pecorino) e alcune visite in cantina.

La lettura che viene dalle degustazioni ci racconta che per quanto siano considerevoli ed apprezzabili i passi fatti in questi quasi venti anni, molta strada deve essere ancora fatta..

Facendo un quadro sui risultati delle varie tipologie,  le annate in anteprima nella versione “base” (sebbene debbano ancora digerire il periodo di affinamento in legno e con un equilibrio tra tannini, alcol e acidità ancora da raggiungere) hanno riscosso un certo interesse per dinamicità e brillante aromaticità.

Le Riserve dimostrano invece un po’ il passo corto, appesantite da una tributo del legno copioso: i profili sono meno interessanti delle sorelle più giovani con alcune evidenti scissioni tra tannini e presenza alcolica.

Lodevoli le due masterclass, la prima con annate di Montepulciano dalla 2003 alla 2015, equamente divise tra “base e “riserva” e la seconda con versioni di Pecorino dallla 2020 alla 2013. Quest’ultima è servito a capire come questo vitigno sia diventato espressione di un territorio e di un ambiente che non è propriamente quello di nascita, visto che proviene dalle altitudini appenniniche e ora viene coltivato sulle colline prospicenti il mare.

 Da cosa si parte dunque?

Da una storia umana fatta di valori sinceri e cultura enoica, una gastronomia celebre che affonda le radici in quella società che ancora nel secondo dopoguerra era principlamente agricola e dedita alla transumanza del bestiame: ovvero sapori forti per vini importanti.

Da suoli e rilievi orografici da sempre vocati alla viticoltura, accompagnati da un clima ideale, connubio tra felici esposizioni, docili brezze marine e solidi venti freddi che scendono da sua maestà il Gran Sasso.

Questi sono  in grado di provocare quelle escursioni termiche (sia stagionali che giornaliere) propedeutiche alla formazione di ricche venature aromatiche e all’ottenimento di uve perfetta dal punto di vista sanitario e della maturazione.

 Da cosa ci si deve affrancare?

Da un’atavica e consolidata (purtroppo) consuetudine che porta  alla produzione di vino per sfuso e cisterna. Ad oggi il 70% del vino abruzzese va a farsi imbottigliare extraregione e questo di fatto impedisce di realizzare quella massa critica in bottiglia, necessaria per ottenere l’attenzione di certi mercati (non solo California o UK ma anche Cina) che di fatto potrebbero apprezzare ancor di più, questa interpretazione “semplice ma sincera” del Montepulciano d’Abruzzo.

Da un uso pervasivo del legno, che se per decenni ha facilitato la lavorazione di un vitigno che sa essere indomabile e scorbutico, custode di aromi intensi, di tannini robusti, vigorosi e a volte scomodi, oggi risulta anacronistico per coloro che puntano a fare vini interpreti di un territorio e non di un trend o di una superata “tradizione” enologica.

Da una frammentazione del contesto produttivo fatto di piccole e medie realtà, che vanno dalla tradizione agricola figlia degli anni ‘60 a contesti più evoluti, assorbiti in una logica imprenditoriale di “gruppo”.

Questo da un lato arricchisce il contesto culturale fatto di diversità di pensiero e di non omologazione imprenditoriale, ma dall’altro mal si sposa con la duplice necessità di avere posizioni comuni sui prezzi minimi e una capacità finanziaria per sostenere gli investimenti.

Cosa si sta facendo in concreto?

La diffusione delle moderne tecniche agronomiche e enologiche, un uso più sapiente e moderato del legno (grande), la selezione clonale e il riconoscimento dei migliori suoli daranno certamente il loro contributo nel miglioramento dei vini. Inoltre La ricerca “ossessiva” di avere un gruppo sempre più coeso potrebbe servire a trovare la giusta sintesti tra unità e rispetto delle differenze. Infine l’inserimento di una nuova tipologia, che  si chiamerà “Superiore”, con almeno due anni di invecchiamento, potrebbe essere una nuova arma per affrontare il mercato.

Una nota negativa

Sarebbe stato interessante e utile alla discussione tecnica che almeno alle Masterclass fosse stata presente una rappresentanza dei produttori, per capire insieme a loro punti di forza e di debolezza della denominazione.

Bottiglie pesanti

Chiudo con un tema caro al direttore (e alla redazione di Winesurf): le bottiglie in vetro quanto pesano?

Franca la risposta del Consorzio: “Ci stiamo lavorando! Temi moderni come sostenibilità e economia circolare devono ancora essere metabolizzati e attualizzati nei nostri processi e quello del vetro è un dossier aperto sul tavolo della presidenza. Attualmente siamo scesi, globalmente sulle diverse etichette, di un 30-40% rispetto alle vecchie annate!”. Ben fatto Consorzio.

“Anteprime” significative:

 Fosso del Corno, Orsus 2019, rubino vivace, naso subito selvatico, humus, terra bagnata con rilievi di ciliegia rossa matura. In bocca le note dolci di vaniglia non offuscano completamente gli aromi fruttati e speziati. Tanni decisi ma integrati.

Cerulli-Spinozzi, Grué 2019, rubino trasparente, frutti rossi maturi, carcadè, ibisco al naso per un gusto di buona corrispondenza e tenuta acida. Trama tannica evidente ma ben addomesticata.

Montori, Fonte Cupa 2016, rubino elegante con orlo cardinalizio, naso prepotentemente selvatico, balsamico ma ancora dinamico sui toni vegetali. Gusto saporito che invoglia la beva, con tannini imponenti ma ben gestiti ed un lieve finale amarognolo.

Mazzarosa, Riserva 2016, rubino classico che apre al naso con toni ematici e di pellame. In bocca un gusto con buona corrispondenza, ben integrato, senza picchi ma nemmeno sbavature nel finale.

Nicodemi, Neromoro 2016, rubino intenso, sentori vanigliati eleganti e non oppressivi, venatura ematica che chiude su toni di arancia candita. Un gusto morbido, materico con tannini ben integrati.

San Lorenzo, Escol 2016, rubino granato, toni scuri di cioccolata fondente e polvere di caffè, gusto pieno, acidità ancora sferzante con tannini equilibrati ed un vivace finale di legnetto di liquirizia.

Saltellando tra le Masterclass:

Emidio Pepe, Colline Teramane 2003, rubino trasparente ancora giovanile. Al naso ciliegia sotto spirito, piccoli frutti rossi maturi, cioccolato fondente, foglie di tabacco e carrube. In bocca un frutto ancora croccante e una scia di  affumicatura che impreziosisce il finale.

Orlandi Contucci Ponno, Riserva 2010, rubino ancora accattivante, al naso after eight, speziatura di pepe bianco, aroma selvatico che chiude su un’arancia sanguinella matura. In bocca è piccante, vivo, con acidità ancora piena e buona gestione del legno con tannini equilibrati.

Tenuta Terrariva, Luì 2015, rubino granato, un naso che danza tra un’eleganza selvatica e un fruttato ancora intenso. In bocca è compatto con sapori di tostatura, aromi speziati e arancia sanguinella.

Faraone, Pecorino IGT Colli Aprutini 2020, dorato intenso, naso di erbe aromatiche (salvia fra tutte), profondità minerale ed un gusto che apre su agrumi maturi, toni caldi e piacevoli per un finale sapido e salmastro. Lavorazione sur lies.

Barone Cornacchia, Pecorino Casanova 2017: dorato brillante, al naso non solo fiori e frutta gialla ma anche incenso, legno di cedro per un sorso materico, tenace, profondo con un bel finale lungo e salino.

Emidio Pepe Pecorino IGT Colli Aprutini 2013, colore “ orange”, brillante; naso opulento equamente diviso tra sentori di frutta gialle matura ed erbe aromatiche e officinali. In bocca è dinamico, quasi tannico, maturo ma mai stancante per un finale sapido e intenso.

Andrea Donà
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