Crisi vino e diminuzione rese: In Abruzzo invece si vuole tornare ai 400 quintali per ettaro. E allora ditelo!3 min read

Spero che Gramsci non si rigiri nella tomba se provo a adattare il suo “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà” alla situazione che si sta creando in Abruzzo, dove le cantine sociali, spalleggiate da Coldiretti e da altre associazioni hanno richiesto alla regione di riportare a 400 quintali per ettaro (!!!) la resa massima per i vini  generici, inclusi i varietali.

In un mondo dove si beve sempre meno, dove da ogni parte di invoca la diminuzione delle rese se non l’espianto dei vigneti questa richiesta mi lascia veramente esterrefatto e tutto l’ottimismo della volontà che posso mettere in campo si scontra con il pessimismo della ragione che, alla facciaccia di cerca di produrre meno e bene chiede di passare da una resa per ettaro mostruosa a una ancor più mostruosa.

Certo, diranno molti, tu non prendi in considerazione il fatto che, con quanto vengono pagate certe uve, avere una resa altissima è il solo modo per il produttore di incassare due lire e questo potrebbe essere pure vero. Però, mi domando, come viene vista una regione ( o una nazione) dove da una parte ci sono fior di produttori che stentano a posizionarsi nel mercato di qualità a prezzi ragionevolmente concorrenziali e sufficientemente remunerativi  con i loro vini (DOC, DOCG, soprattutto ma anche IGT) e dall’altra ettari e ettari di vigna che producono cinque-sei volte tanto un vino DOCG e a prezzi dieci volte inferiori?

Mi sembra di essere nella situazione della vecchia barzelletta dove un naufrago, per non affogare, prova a stare a galla tirandosi su per i capelli.

 Anche perché il Consorzio Vini d’Abruzzo spicca in questa situazione per un assoluto mutismo, per non aver detto nemmeno una parola, magari perché la cosa non interessa i vini DOC e DOCG, o forse perché all’interno del consorzio vi sono quelle stesse cantine sociali che hanno richiesto il ritorno ai 400 quintali.

Allora mi ridomando: come fa un piccolo produttore di qualità a rimanere in un consorzio dove non si prende minimamente posizione contro una richiesta che va a minare proprio il valore del suo vino?

Ormai  lo sanno anche i muri che ha livello internazionale se uno stato produce di più automaticamente si abbassa il valore del vino. Basta guardare i trend delle vendite di sfuso nel mondo per capirlo, tra l’altro in un momento in cui lo sfuso italiano riesce a spuntare prezzi leggermente superiori a quelli degli altri paesi, dalla Spagna all’Argentina passando per la Francia e Gli Stati Uniti.

Mi rivolgo a questo punto ai tanti responsabili di associazioni, enti, consorzi  e naturalmente ai politici che ci governano. Decidetevi!!! Non si può un giorno chiedere la diminuzione delle rese e magari sovvenzioni per espianti e il giorno dopo approvare un aumento delle rese per ettaro. Insomma, diteci di che morte deve morire il vino italiano e non ne parliamo più.

Foto di copertina di ErikaWittlieb da Pixabay

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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