Spero che Gramsci non si rigiri nella tomba se provo a adattare il suo “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà” alla situazione che si sta creando in Abruzzo, dove le cantine sociali, spalleggiate da Coldiretti e da altre associazioni hanno richiesto alla regione di riportare a 400 quintali per ettaro (!!!) la resa massima per i vini generici, inclusi i varietali.
In un mondo dove si beve sempre meno, dove da ogni parte di invoca la diminuzione delle rese se non l’espianto dei vigneti questa richiesta mi lascia veramente esterrefatto e tutto l’ottimismo della volontà che posso mettere in campo si scontra con il pessimismo della ragione che, alla facciaccia di cerca di produrre meno e bene chiede di passare da una resa per ettaro mostruosa a una ancor più mostruosa.

Certo, diranno molti, tu non prendi in considerazione il fatto che, con quanto vengono pagate certe uve, avere una resa altissima è il solo modo per il produttore di incassare due lire e questo potrebbe essere pure vero. Però, mi domando, come viene vista una regione ( o una nazione) dove da una parte ci sono fior di produttori che stentano a posizionarsi nel mercato di qualità a prezzi ragionevolmente concorrenziali e sufficientemente remunerativi con i loro vini (DOC, DOCG, soprattutto ma anche IGT) e dall’altra ettari e ettari di vigna che producono cinque-sei volte tanto un vino DOCG e a prezzi dieci volte inferiori?
Mi sembra di essere nella situazione della vecchia barzelletta dove un naufrago, per non affogare, prova a stare a galla tirandosi su per i capelli.
Anche perché il Consorzio Vini d’Abruzzo spicca in questa situazione per un assoluto mutismo, per non aver detto nemmeno una parola, magari perché la cosa non interessa i vini DOC e DOCG, o forse perché all’interno del consorzio vi sono quelle stesse cantine sociali che hanno richiesto il ritorno ai 400 quintali.

Allora mi ridomando: come fa un piccolo produttore di qualità a rimanere in un consorzio dove non si prende minimamente posizione contro una richiesta che va a minare proprio il valore del suo vino?
Ormai lo sanno anche i muri che ha livello internazionale se uno stato produce di più automaticamente si abbassa il valore del vino. Basta guardare i trend delle vendite di sfuso nel mondo per capirlo, tra l’altro in un momento in cui lo sfuso italiano riesce a spuntare prezzi leggermente superiori a quelli degli altri paesi, dalla Spagna all’Argentina passando per la Francia e Gli Stati Uniti.
Mi rivolgo a questo punto ai tanti responsabili di associazioni, enti, consorzi e naturalmente ai politici che ci governano. Decidetevi!!! Non si può un giorno chiedere la diminuzione delle rese e magari sovvenzioni per espianti e il giorno dopo approvare un aumento delle rese per ettaro. Insomma, diteci di che morte deve morire il vino italiano e non ne parliamo più.
Foto di copertina di ErikaWittlieb da Pixabay