Bordeaux sta vivendo una trasformazione che pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Non soltanto per la crisi economica, ma perché a essere messo in discussione è un modello vitivinicolo costruito in secoli di storia, capace di diventare uno dei marchi più potenti del vino mondiale.
Il dato più doloroso non è però una quotazione che scende o una campagna en primeur che va male: nel 2025 tre viticoltori bordolesi, Christophe Blanc, Jonathan Mayer e Guillaume Petregne, si sono tolti la vita, in un contesto di forte difficoltà per una parte della viticoltura della Gironda.
Non è corretto trasformare queste tragedie in una statistica né stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto con la crisi economica. Ma sarebbe altrettanto difficile ignorare il contesto nel quale sono avvenute: aziende indebitate, difficoltà di vendita, patrimoni familiari che rischiano di dissolversi e, soprattutto, vigne da eliminare. La risposta istituzionale a tutto questo è stata anche una delle più radicali possibili: ridurre il parco vitato.
Dal 2023, in Gironda, circa 30.000 ettari saranno stati estirpati entro la conclusione dei programmi in corso, dei quali 20.109 con il sostegno dello Stato e del CIVB. Il piano nazionale di arrachage varato nel 2026 ha inoltre raccolto richieste per altri 7.825 ettari nel dipartimento. Le elaborazioni di Gavin Quinney fotografano nel frattempo una perdita di circa 20.000 ettari di vigneto bordolese già sradicati o abbandonati negli ultimi tre anni, pari a circa il 20% della superficie.

Numeri diversi perché misurano momenti e perimetri differenti, ma che raccontano tutti la stessa cosa: Bordeaux sta riducendo drasticamente la propria superficie vitata. Per chi guarda i bilanci può essere una misura di riequilibrio necessaria, perché l’offerta è diventata superiore alla domanda. Per chi vive sulla terra, però, la prospettiva è molto diversa. Sacrificare una vigna significa togliere dal terreno qualcosa che spesso è stato piantato dal padre o dal nonno. Significa interrompere una continuità. In molti casi significa anche ammettere che quella terra, coltivata per generazioni, non riesce più a garantire un reddito sufficiente. E il paradosso è che Bordeaux sta riducendo il proprio vigneto proprio mentre la produzione è crollata.
La vendemmia 2025 ha prodotto circa 290,6 milioni di litri, il livello più basso dal 1991, con una resa media di appena 33,6 ettolitri per ettaro. La media produttiva del quinquennio 2021-2025 è stata del 25% inferiore a quella del decennio 2011-2020 e del 38% rispetto alla media 2001-2010. Non è soltanto il mercato, quindi. È anche il clima. Piogge, peronospora, siccità, caldo estremo e maturazioni sempre più difficili stanno modificando le condizioni nelle quali Bordeaux ha costruito la propria fortuna. E il 2026 non sembra voler concedere una vera tregua. La Francia è stimata a 33,9 milioni di ettolitri, uno dei raccolti più bassi degli ultimi trent’anni, dopo un’estate segnata da siccità e ondate di calore. Bordeaux dovrebbe recuperare circa il 10% rispetto al disastroso 2025, arrivando a 3,52 milioni di ettolitri, ma restando comunque l’11% sotto la media 2021-2025.
Il problema, però, non è più soltanto produrre. È vendere. Ed è qui che la storia diventa più complicata. Per anni Bordeaux ha prodotto per un mondo che sembrava voler comprare sempre di più. La Cina era diventata uno dei grandi motori della domanda internazionale. Il vino rosso rappresentava il cuore dell’offerta. Le grandi annate alimentavano il sistema en primeur. I prezzi crescevano e il prestigio sembrava trasformarsi quasi naturalmente in valore economico. Poi il mondo è cambiato. Il consumo di vino si è ridotto, le nuove generazioni hanno sviluppato abitudini diverse, il rosso ha perso terreno rispetto a bianchi e bollicine e la Cina non è più il motore di crescita che Bordeaux aveva imparato a considerare. I consumatori, poi, sono diventati più prudenti e, soprattutto, hanno iniziato a chiedere una cosa molto semplice: perché dovrei pagare così tanto per questa bottiglia? È una domanda che mette in discussione un intero sistema, quello dell’en primeur, ovvero la vendita anticipata del vino ancora in affinamento, prima dell’imbottigliamento.

La campagna del millesimo 2024 ha mostrato tutte le fragilità di questo modello: prezzi ridotti, domanda debole, négociants poco disponibili ad assumersi altro stock e una quantità di vino già presente sul mercato che rende sempre più difficile giustificare certe quotazioni. La campagna En Primeur del millesimo 2025 ha beneficiato di un’annata considerata di grande potenziale, ma il risultato commerciale è rimasto molto selettivo. Le vendite sono cresciute leggermente rispetto alla debole campagna del 2024, senza però riportare il sistema ai livelli di qualche anno fa. Anche il mercato secondario racconta questo cambiamento: Bordeaux resta la regione dominante per valore, ma il suo peso è molto più basso rispetto agli anni d’oro e solo nel 2026 sono comparsi segnali di una possibile stabilizzazione dopo tre anni consecutivi di contrazione.
Il problema, quindi, non è soltanto rilanciare un mercato in difficoltà, ma capire se il modello che ha reso grande Bordeaux sia ancora quello giusto per il vino di domani. E qui arriviamo al punto più delicato: Bordeaux, a mio parere, non deve necessariamente diventare un’altra regione ma deve capire quale Bordeaux vuole essere. Servono vini più leggibili, una politica dei prezzi più realistica, maggiore capacità di raccontare territori e persone e, soprattutto, la disponibilità ad accettare che il prestigio di un nome non basti più.
Forse Bordeaux dovrà produrre più bianchi, forse dovrà valorizzare maggiormente stili più freschi e meno concentrati. Forse dovrà riscoprire una parte della propria storia dimenticata, quando il vino bordolese non coincideva necessariamente con la potenza, l’alcol e la concentrazione.
Bordeaux sta quindi morendo? No, non credo. Ma sta pagando il prezzo della propria grandezza. Ha ancora terroir straordinari, competenze, una rete commerciale unica e un patrimonio di reputazione che nessuna crisi può cancellare in pochi anni. Ma il prestigio, da solo, non basta più. Il mondo del vino è cambiato e Bordeaux dovrà cambiare con lui. Per tornare a vivere dovrà forse fare una cosa che sembrava impossibile: ricominciare.