Trentino: l’ora delle scelte.5 min read

I nostri assaggi trentini, anche se si sono svolti fisicamente nei primi 15 giorni di luglio, sono in realtà iniziati a febbraio, durante l’anteprima dei vini toscani. Tranquilli, il caldo non ci ha dato alla testa, ora vi spieghiamo. L’aperitivo alla cena di gala per l’anteprima del Chianti Classico era a base di Trento DOC. Di solito era sempre stato un Franciacorta ad aprire le danze e questo ha iniziato a darci la misura di come questa Regione/Provincia intendesse spingere i propri vini.

Salto temporale di circa sei mesi e ci troviamo in luglio ad assaggiare le nuove uscite del Trento DOC. Una degustazione che non può essere spiegata senza parlare parallelamente di quella degli Chardonnay 2008. Oramai è chiaro: se non esistesse il Trento DOC e se in futuro non si incrementerà numericamente (e non di poco) questo “Brand”, i vigneti di Chardonnay trentini dovrebbero essere (in buona parte) spiantati. Vini senza concentrazione, senza  aromi, senza carattere. Se possibile ancora più deludenti dei cugini altoatesini. La cosa è ancora più grave perché non stiamo parlando di un vitigno marginale, ma di quello più piantato in regione, con circa 2500 ettari vitati.

Per fortuna viene in aiuto il Trento DOC, che, con la spumatizzazione, riesce a dare una marcia in più a una parte di queste uve. Ma le bollicine trentine hanno un problema: la carenza di produttori/imbottigliatori.  Se quelli di qualità infatti si possono contare sulle dita di una mano (anche se vi sono eccellenze di livello mondiale) il numero complessivo non supera la ventina (tanto per fare un esempio, in Franciacorta si parla di un centinaio). Con questa base è difficile riuscire ad utilizzare altre centinaia di ettari di Chardonnay, piantati quando questo vitigno assomigliava molto al mitologico Re Mida. Bastava infatti parlare di “Chardonnay” per mettere tutti d’accordo ed immaginare un’ età dell’oro che non avrebbe mai avuto fine. Il favoloso vitigno “migliorativo” per tanti bianchi italiani qui avrebbe bisogno lui di altre uve, per dargli quelle caratteristiche che dimostra ampiamente in varie parti del mondo, ma non certamente (vinificandolo fermo) in questa zona d’Italia e non certamente permettendo rese (per i DOC) anche superiori ai 150 quintali ad ettaro.

Non sarà quindi una strada breve quella di cambiare la faccia agli chardonnay trentini: in questo arduo compito crediamo che“bollicinarlo” sia la più percorribile delle due principali vie di fuga. L’altra, molto meno perseguibile, è quella di spiantare e piantare al suo posto uve più adatte al “terroir” Trentino. In ordine rigorosamente non di importanza: Sauvignon, Traminer Aromatico, Müller Thurgau, e, perché no, Nosiola. Molto meno perseguibile soprattutto perché (se lasciamo da parte i costi…) i terreni dove si trova lo  Chardonnay non sempre (anzi, quasi mai) si adattano a queste altre uve. Su ciò siamo  d’accordo ma non possiamo non pensare che il futuro del bianco trentino passerà anche e soprattutto  per un vitigno come il Müller Thurgau. Per capirlo meglio abbiamo fatto una bella visita in Val di Cembra, divenuta la terra d’elezione di quest’uva. Tralasciamo la bellezza del territorio: il panorama mette letteralmente i brividi, gli stessi che “rischiano” di avere diversi  Müller, piantati quasi a 900 metri. Altezze impensabili fino a pochi anni fa (come del resto i sesti d’impianto strettissimi e l’allevamento a gujot), ma crescere vuol dire pensare, provare ed anche rischiare. Non ci nascondiamo che dietro il miglioramento generale di questo vitigno ci sono anche moderne tecniche di cantina, ma almeno i risultati sono di ottimo livello, pur di fronte ad una vendemmia 2008 sicuramente peggiore del 2007.

Come di ottimo livello sono i risultati di due vini che hanno fatto parte “trasversalmente” dei nostri assaggi: Sauvignon e Traminer Aromatico. Dico trasversalmente perché oltre a degustarne alcuni campioni in assaggio bendato,  nelle molte visite aziendali fatte ne abbiamo sempre incontrati di alto livello. In particolare il Traminer Aromatico trentino è la versione elegante (ma ugualmente profumata) di quello altoatesino. Eleganza vuol dire soprattutto bevibilità, dovuta a pochissimi grammi di zucchero residuo e ad una fresca sapidità difficilmente riscontrabile nei cugini a nord. I Sauvignon invece hanno nerbo e buona struttura, sempre con connotazioni varietali precise ma non sovradimensionate. Il tutto, come detto, in una vendemmia spesso da dimenticare.

Parliamo adesso di Nosiola: lo sappiamo…….vino locale, pochi profumi, poco corpo, pochi a produrla, poca voglia di scommetterci. Tutto quello che volete ma le nosiole assaggiate non hanno mostrato quella “noiosa coazione a ripetere” trovata negli Chardonnay. Sono vini abbastanza vibranti, piacevoli, sicuramente interessanti anche per un mercato più ampio. Soprattutto si parla di un vitigno che esiste solo qui e che qui (Müller Thurgau insegna) potrebbe avere notevoli margini di miglioramento.

Anche se pubblicheremo i risultati dopo l’estate due parole sui due vitigni rossi protagonisti dei nostri assaggi: Marzemino e Teroldego. Per il primo sembra si sia ridimensionato il bisogno di produrre dei “Supermarzemino”: questa è certamente una buona notizia. Finalmente si è capito che favorire la struttura e la potenza a scapito degli aromi primari era una tattica suicida. Del Teroldego non possiamo che dirne tutto il bene possibile. Buoni (quasi tutti) quelli “palestrati” e buoni anche quelli semplici, addirittura non prodotti nella Piana Rotaliana. Vedrete a Settembre.

In definitiva: il “vigneto trentino”, pur non andando male, è di fronte ad alcune scelte importanti, specie sui bianchi. Aspettiamo fiduciosi?

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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