Nizza, più che Barbera….. Barbè, anzi Barbsarà5 min read

Questo articolo si può dire che venga scritto a 4 mani: da una parte c’è Carlo Jekill, appassionato di vino di ogni parte del globo terracqueo; dall’altra purtroppo Macchi Hide, anche lui appassionato ma con una certa supponenza enologica, meglio definita come “puzza sotto il naso”.
Carlo Jekill era oltremodo curioso di partecipare alla presentazione del Barbera Superiore d’Asti Nizza 2005, definita oramai solo “Nizza”, che si è tenuta nei primi giorni di maggio. Hide invece storceva la bocca, ricordando a Carlo il suo non grande amore per la Barbera passata in legno. Carlo allora parlava delle colline del Monferrato, di panorami meravigliosi. Hide ribatteva che solo per dei panorami non si sarebbe mosso da casa. Comunque Carlo vince alla grande la tenzone ed “entrambi” partono. La manifestazione, perfettamente organizzata, era incentrata ovviamente sull’assaggio in Anteprima dei Nizza 2005. Prima di parlare di cosa hanno detto i due della degustazione qualche parola su questa Barbera, che è riuscita già a fare un mezzo miracolo: trovare infatti un gruppo di quasi cinquanta produttori che periodicamente si mettono intorno ad un tavolo, assaggiano assieme i loro vini e si scambiano consigli e pareri, ti lascia a bocca aperta. Vivere due giorni accanto a loro ti fa capire ancora meglio che il gruppo è veramente tale e che una strana e stimolante armonia, che andrebbe esportata in ogni dove enologico, filtra continuamente e può essere toccata con mano. Difficile da toccare è invece, almeno per adesso, il peso commerciale di questo vino ottenuto da quasi 140 ettari di 18 comuni attorno a Nizza Monferrato. Per ora non si va oltre le  400.000 bottiglie all’anno. Una piccola isola nel mare dei circa 5000 ettari di Barbera d’Asti, ma un’isola che vuole sempre più innalzarsi sopra i marosi di un vitigno che ancora non sembra avere trovato (parole di Macchi-Hide) la sua giusta collocazione internazionale. Sempre lui sostiene infatti che usare legno piccolo con la barbera spesso porta solo a vini squilibrati che in più sanno solo di legno e dove i tannini fanno a cazzotti con l’acidità. Carlo-Jekill è riuscito poche volte a contestare questa visione, ma in compenso può elencare una serie infinita di barbera  semplici, profumate e piacevoli.
Le nostre Nizza appartengono alla categoria di quelle dove il legno si usa. Per questo i nostri due soggetti si sono avvicinati all’assaggio con una certa titubanza. L’annata 2005 non li rendeva certo più tranquilli; la paura di maturazioni non perfette, anche se i Nizza hanno rese per ettaro che non devono superare i 70 q.li, aleggiava accanto a quella per alcolicità comunque molto elevate.
I risultati non sono stati in prima battuta eccezionali, ma riflettendo bene molte note positive sono uscite dall’assaggio.
Prendiamo per esempio l’uso del legno: pur essendo importante non è più come qualche anno fa, dove le barbera (di Asti, di Alba, del Monferrato, di ogni dove) erano i classici “Vini di San Giuseppe” alias del falegname. Oggi il legno è presente ma non dominante, in diversi casi aiuta ad armonizzare le spigolosità del vitigno ma non riesce ancora a completare e sviluppare le gamme aromatiche. Questo perché  il vero problema non sta nel legno ma nel modo di lavorare nel vigneto. In poche parole: per fare delle grandi (e non delle grosse) barbera in certe annate non sono sufficienti rese intorno ai 70 q.li. Bisogna scendere! Solo così si può arrivare ad addomesticare la barbera senza doverla “torturare” con la barrique.
Passiamo all’acidità: molti la considerano un problema ed invece è un’opportunità. Il solito buon lavoro in vigna dovrebbe portare a barbere giustamente acide ma percepite al palato come fresche e soprattutto in via di diventare eleganti (dire eleganti forse è chiedere troppo….). Al contrario una barbera senza freschezza è un vino anonimo, che forse può piacere di più ma che non diventa riconoscibile ed alla lunga verrà superato da altri vitigni molto più facili. Fare barbere morbide può forse andar bene per un singolo produttore ma non per un territorio che vuole farsi conoscere e riconoscere.
Terzo punto: le possibilità di invecchiamento. Forse sarebbe meglio se per 10 anni non se ne parlasse nemmeno: non perché non invecchieranno bene ma perché adesso sarebbe meglio fare vini buoni da bere nell’arco di pochi anni e poi stare a vedere come invecchiano. Tra l’uovo sicuro oggi e la gallina incerta fossi un produttore del Nizza preferirei di certo il primo, anche perché con l’opposto si rischia, fino a quando non si è padroni completi “del vapore” di non avere né l’uno né l’altro.
Morale della favola: l’annata 2005 dei Nizza può essere valutata “a naso” intorno alle 3 stelle, ma per avere un giudizio più appropriato ridegusteremo i  vini, assieme a tutte le altre barbere del territorio, verso settembre. Aldilà però della valutazione dell’annata conta per noi molto dare un valore anche al lavoro dei produttori, sia nella vigna che nel consorzio. In entrambi vediamo grande voglia di fare, di confrontarsi di imparare ma anche di insegnare  ad altri colleghi. Con un clima del genere non si può che crescere e quindi, scusandoci per il gioco di parole, l’attuale barbera Nizza “all’imperfetto” siamo sicuri che passerà in pochi anni al presente (Barbè) e dopo poco giungerà ad il vino del futuro (Barbsarà); fresco e di ottima concentrazione, ma anche equilibrato ed elegante.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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