Quando a Montalcino, a metà febbraio, arriva implacabile "Benvenuto Brunello", sono forse l’unico a cominciare sistematicamente le degustazioni con l’assaggio dei Moscadelli. Il monitoraggio continua tutto l’anno, dove e quando capita, perchè tutto sommato questi vini sono buoni e nemmeno troppo cari. Lo sconcerto viene piuttosto dalla varietà delle tipologie, radicata nella prassi e giustificata da un disciplinare "largo" che ne prevede ufficialmente diverse e che permette fino a un 15% di altre uve. Il ventaglio dei profili organolettici si rivela decisamente ampio; tanto che risulta difficile pensare a un’altra denominazione che offra una simile eterogeneità, nella realtà del mercato oltre che sulla carta del disciplinare. Ma forse è esagerato parlare di "mercato" quando l’ offerta totale di Moscadello è di qualche decina di migliaia di bottiglie l’anno – e sono piccole bottiglie per lo più.
La Banfi fa la parte del leone per quanto riguarda le quantità, e del resto i Mariani ci hanno creduto fin dall’inizio, anche troppo. La loro versione attuale, il Florus, è il risultato di una tecnica peculiare, contenendo un’ inezione dell’annata precedente affinata in legno. Il 2005 sfoggia un fruttato intenso (pesca e rosa sopra il resto, mentre altre annate viravano più verso fichi e datteri); in bocca offre densità caramellata. Bel dorato brillante.
Caprili, etichetta di Brunelli dal carattere gagliardo, offre invece un Moscadello dalla personalità opposta, quasi un piemontese alleggerito e senza gas: colore bianco carta, profumo proporzionale ma gradevole che può ricordarvi la pastiera; leggerezza anche nel corpo, con poco alcol e finale pulito dalle tracce di agrumi – con relativo amarognolo. Naturalmente 2007.
I Cencioni, proprietari di Capanna, sono senza dubbio gli eroi del Moscadello, presentando ogni anno due etichette: c’è la versione standard dell’ultima vendemmia, venato di freschezza acida e magrolino ma con dose soddisfacente di fruttato-floreale; ma esiste anche la Vendemmia Tardiva (per quest’anno il 2005), dove l’equilibrio si sposta in alto con aromi di appassimento in evidenza e finale tendente all’asciutto.
Il Pascena di Col d’ Orcia è un’altra Vendemia Tardiva (assente quest’anno alla presentazione). Fermentazione e affinamento si svolgono in legno nuovo, che di solito non si sente granchè. Abbondanza di ricordi mielosi e agrumati, in una consistenza cremosa che si alleggerisce elegantemente nel finale. L’aspetto è dorato, non carico ma brillante.
La versione de Il Poggione è quanto di più simile a un Moscato d’Asti si possa trovare a Montalcino, e ovvianete si tratta per oggi del 2007. La tipologia è frizzante, l’alcol sui 7°; l’aroma muschiato può ricordare il sottobosco, il fruttato è un po’ evoluto, e così era in altre annate. L’impatto del gas in bocca risulta garbato, e il finale fresco anche se non lungo. Per gli appassionati del genere, de Il Poggione segnalo anche un Vin Santo targato Sant’Antimo.
La Poderina: qui sembra d’essere nel bordolese, categoia "muffati". Nel 2006 classica è la densità glicerica, e intrigante il bouquet che accosta gli aromi primari del moscato ai sentori esotici di mango e lychee. La versione 2005, in una memorabile degusazione l’anno scorso, tenne testa a Tokaji e Sauternes di rango. Miracolo di qualche muffa a Castelnuovo dell’Abate.
L’ Aurico di Villa Poggio Salvi è un Vino da Tavola, tanto per variare. Appartiene alla categoria dei superleggeri, e ai meno giovani ricorderà un Orvieto abboccato (tipologia in estinzione). Presenta costantemente un aspetto dorato pallido e un profumo lieve dove spesso ho ritrovato i canditi. Poco dolce, assai poco alcolico, finisce piacevolmente fresco.
Altri assaggi, anche se meno sistematici, hanno costantemente confermato questo quadro di sfiziosa variabilità. C’e’ il botritizzato Camigliano, il soave Pertimali, il passito di Caparzo con contributo di Semillon mentre Mocali dal suo vendemmia tardiva ricava pure la grappa… Sembra di essere tornati a un passato non poi troppo lontano, quando a poche miglia di distanza venivano prodotti vini assai diversi, in balìa totale dei capricci del tempo, dei leviti spontanei e delle temperature naturali nelle cantine. Si ha l’impressione di avere a che fare con una curiosa specie a rischio di estinzione che sopravvive dai tempi gloriosi – qualche secolo fa – in cui dominava incredibilmente questo territorio.
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