In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Ci sono vini che ti accompagnano gran parte della vita e il Don Anselmo di Paternoster è uno di questi. L’etichetta nasce nel 1985 per celebrare il fondatore della cantina creata nel 1925: un ventennio glorioso per il Vulture che ancora non era stato travolto dalla fillossera a differenza di gran parte del territorio europeo.
Barile, paesino di origine albanese, divenne un centro molto importante di produzione e commercio di vino. Anselmo Paternoster, reduce di guerra e cavaliere di Vittorio Veneto come tanti ragazzi meridionali nati negli ultimi anni dell’800 e mandati a combattere in trincea, fu anche il primo ad imbottigliare e a far nascere un’etichetta commerciale.
L’idea di creare un vino per ricordarlo fu del figlio Giuseppe, primo enologo della Basilicata dopo aver studiato alla scuola di Conegliano.

Bere questo vino dunque significa entrare in una storia generazionale, quella dei Paternoster, che ha fatto grande l’Aglianico del Vulture. L’azienda era inizialmente nel cuore di Barile prima di spostarsi appena fuori, all’uscita del raccordo Potenza Melfi, ed è in questa sede che la visitai la prima volta nel 1993 accolto da Vito.
Parliamo di un territorio straordinario, con un vulcano in forte attività sino a 140mila anni fa quando l’ultima eruzione fece addirittura collassare la montagna disegnando l’attuale profilo ben visibile dall’Alta Murgia.
Nel 2016 la proprietà è passata alla famiglia Tommasi ma la continuità è assicurata da Fabio Mecca, quarta generazione Paternoster al lavoro con il vino.

La 2005 è considerata una annata particolarmente fortunata nel Vulture grazie ad un andamento climatico sostanzialmente regolare, quasi un ritorno al passato dopo la torrida 2003 il cui caldo è stato superato solo dall’estate appena trascorsa e la 2004, eccessivamente fresca. La vendemmia delle uve usate per il Don Anselmo fu infatti completata nella prima settimana di novembre.
Ne abbiamo stappato una bottiglia due anni fa e ci siamo trovati a riprovarla, magnifica e perfetta, di nuovo lo scorso settembre: si tratta di una edizione speciale che celebra la nascita dell’etichetta.
Ancora una volta il Don Anselmo dimostra di allungare il passo man mano che passano gli anni. Non è certo una novità per l’Aglianico, come ben sappiamo, ma aprire queste bottiglie con sicurezza regala sempre una grande soddisfazione.
I sentori di frutta corredati da note fumé, spesso tipiche dei vini da suolo vulcanico, si fondono come con quelle balsamiche del legno grande usato per l’affinamento. Il sorso è tonico, vivo, ancora fresco, lungo, avvolgente con un finale netto e pulito.
Un vino che andrebbe bevuto da solo per goderlo in pieno, capace di ricordare gli amici, il territorio, gli anni che sono passati e l’entusiasmo di un periodo che purtroppo non ha dato quei risultati che si potevano avere in un’area che considero ancora una delle più affascinanti del nostro Mezzogiorno.