Giampietro Ferri è un caro amico e un bravissimo ristoratore: stimolato dal mio articolo “Dalla “Grande Franciacorta” ai piccoli/grandi vini: un passaggio dovuto ed epocale?” ha scritto queste brevi ma molto incisive righe che mettono in evidenza tutti i punti dolenti del mondo del vino.
La crisi del vino non è solo una questione di calo dei consumi o di prezzi esorbitanti; è il sintomo del collasso di un sistema che ha smesso di riconoscersi come filiera. Dall’”anno zero” 1986, abbiamo ricostruito la qualità tecniche, ma abbiamo fallito nel creare un’etica delle competenze che unisca il campo alla tavola.
Oggi il mondo del vino è una babele dove tutti vogliono occupare il posto dell’altro, ignorando il valore dei passaggi intermedi.
Una Filiera senza ruoli
Il problema cardine è la mancanza di rispetto per i passaggi di valore. In un sistema sano, ogni figura aggiunge un tassello necessario; in quello attuale, ognuno cerca la scorciatoia.

1. Il cuore produttivo: agricoltura e cantina
Qui operano l’agronomo, l’enologo e il cantiniere. È il segmento che ha fatto i passi da gigante maggiori, ma spesso rimane isolato. Se il produttore scavalca la filiera per vendere direttamente al consumatore allo stesso prezzo che farebbe al distributore, o viceversa, se il distributore strozza la cantina, il primo anello si incrina.
2. Il braccio commerciale e la distribuzione
L’agente di commercio e le società di distribuzione dovrebbero essere i garanti della capillarità. Invece, assistiamo all’assalto dei siti internet e dei portali di e-commerce che, attraverso fantomatiche scontistiche, distruggono il posizionamento di mercato. Il risultato? Una giungla di prezzi dove il consumatore non capisce più quanto valga davvero ciò che beve.
3. Il canale HoReCa e la GDO
Ristoratori, baristi ed enotecari sono i veri terminali del gusto. Tuttavia, spesso si trovano a combattere contro una GDO (Grande Distribuzione Organizzata) che usa il vino come “prodotto civetta” e contro un pubblico che, armato di smartphone, pretende al ristorante il “prezzo da scaffale”, ignorando i costi di servizio, stoccaggio e competenza.

Il cortocircuito della formazione e della critica
In questo scenario, le associazioni di categoria e la stampa avrebbero dovuto essere gli arbitri. Invece:
1. AIS, ONAV, FISAR ETC.
Nate per creare cultura, si sono spesso trasformate in sistemi autocelebrativi. Formano sommelier che talvolta conoscono a memoria i terreni della Borgogna ma non sanno gestire l’accoglienza o spiegare con umiltà un vino quotidiano. Il rischio è la creazione di una élite di appassionati distante anni luce dalle esigenze del consumatore finale.
2. Giornalisti e testate di settore.
Qui sono d’accordo con Carlo Macchi quando dice che troppo spesso rinchiusi in una “turris eburnea”, abbiamo inseguito l’esclusività e i punteggi altissimi per vini introvabili. Abbiamo smesso di “sporcarci la bocca” con i vini buoni, puliti e approcciabili, lasciando il racconto del vino quotidiano in balia del marketing più aggressivo o di figure non competenti.
La piaga del “tutto e subito”: tutti vogliono il prezzo da grossista
Il vero cancro è la pretesa del prezzo da grossista senza rispettare i passaggi. Il consumatore vuole il prezzo di cantina al ristorante; il ristoratore vorrebbe saltare l’agente; il produttore vorrebbe vendere ovunque senza una strategia. Questa mancanza di certificazione dei ruoli da parte delle istituzioni permette al “più furbo” di prevalere sul “più capace”.
Se un barista non viene formato per essere un professionista della somministrazione, se un giornalista non recensisce più il “vino onesto” e se lo Stato non tutela la remunerazione corretta di ogni passaggio, la filiera muore.

Conclusione: rimettere il consumatore al centro
Il consumatore finale è il principe di questo mondo, ma oggi è un principe confuso e tradito. Per riavvicinarlo non serve inventare nuove DOC fantasiose o meno, ma ridare dignità a ogni attore della catena. Solo quando torneremo a rispettare il lavoro dell’agente, il consiglio dell’enotecario e la fatica del produttore — accettando che ogni passaggio ha un costo giustificato dal servizio — il vino tornerà a essere un piacere democratico e non un rebus per pochi iniziati.
Approfondire la certificazione delle competenze e dei ruoli significa passare dalla “buona volontà” dei singoli a un sistema di regole condivise. Il problema attuale è che il mercato del vino è un’anarchia dove chiunque può improvvisarsi distributore, critico o venditore, erodendo i margini di chi invece investe in professionalità.