“Versate” un Centesimino contro la globalizzazione4 min read

Recentemente ci hanno insegnato che per tentare di vincere gli effetti negativi di questa perdurante crisi economica (parzialmente dovuti a taluni effetti della globalizzazione) bisogna “cambiare” e anche alla svelta. I produttori di vino, che è poi il mercato che ci interessa,dovranno cambiare modo di presentarsi ai clienti, cercarli in mercati nuovi utilizzando anche gli strumenti che la new economy ha reso disponibili. Lo stesso modo di comunicare dovrà subire un radicale capovolgimento: le cantine dovranno essere “case di vetro” e il cliente posto finalmente al centro dell’intero business. Insegnamenti fondati e che molte aziende hanno già ampiamente messo in pratica, specie quelle di grandi dimensioni, solitamente dotate di maggiori risorse.

In Romagna la maggior quantità di vino è realizzata da strutture cooperative sostenute da una base formata da centinaia di piccoli coltivatori che hanno scelto da tempo la strada del conferimento. A fianco di queste grandi cantine cooperative esistono numerosissime aziende di piccole dimensioni che invece hanno deciso di imbottigliare e vendere in proprio, dando corpo e respiro a idee e tradizioni in un difficile percorso più legato a un’immagine d’identità e territorio che non al business vero e proprio. Possiamo ben dire che questa rete di aziende è un solido baluardo alla minaccia costituita dalla globalizzazione nel mondo del vino, anche se, questo va detto, certi atteggiamenti andrebbero radicalmente mutati.

I progetti di recupero, studio e valorizzazione dei nostri vitigni più antichi, s’inseriscono a pieno titolo in questa presa di distanza dall’anonimato di certe produzioni massificate. Anche qui la bio-diversità può essere una carta vincente da giocare sul piano dell’ identità territoriale. Rientra nei progetti del nostro giornale approfondire le caratteristiche dei vitigni autoctoni più interessanti e la puntata di oggi è dedicata al Centesimino, (nome con il quale è iscritto all’albo vigneti) anche conosciuto come Sauvignòn Rosso. Per la stesura delle note che seguono, non posso che ringraziare la Dott.ssa Marisa Fontana, dal cui materiale di ricerca e studio ho attinto, con il suo permesso, a piene mani.

 Il vitigno Centesimino è indissolubilmente legato all’area collinare di Oriolo dei Fichi, una piccola frazione a pochi km da Faenza. Un pugno di case edificate a ridosso di una magnifica Torre restaurata grazie all’opera di un’associazione* di volontari che, con idee semplici quanto brillanti, ha regalato nuova vita a quest’angolo di Romagna. Nei dintorni di Oriolo dei Fichi è concentrala la quasi totalità di quest’uva a bacca rossa, che vinificata e imbottigliata non raggiunge le 40.000 bottiglie, suddivise in tre tipologie di vinificazione ed in una decina scarsa di produttori.

Si tratta di un’uva la cui scoperta è da attribuirsi a Pietro Pianori soprannominato (strano,no?) “centesimino”.  I primi impianti nella zona risalgono agli anni ’60 e sono il frutto di impianti precedenti, a loro volta provenienti  (così affermano i ricercatori) da marze prelevate da una vite conservata entro le mura cittadine di Faenza, in un cortile di un palazzo nobiliare. Ciò  rende credibile l’ipotesi che si trattasse di una pianta scampata alla fillossera**. Il Centesimino ha germogliamento posticipato, resistenza al marciume ed un mosto con un discreto livello di acidità. Visivamente il vino ha l’aspetto di un novello, bel rosso rubino vivace con riflessi violacei marcati. Ma l’aspetto più interessante è costituito dalle sensazioni olfattive numerose e molto dettagliate: spaziano dai sentori floreali di rosa e viola e quelle speziate di anice passando per i frutti a bacca rossa. Il carattere dei tannini, generalmente poco aggressivi, ne esaltano le naturali doti di freschezza ed aromaticità caratterizzando il vino per un sostanziale equilibrio ed una certa persistenza.

Dicevamo delle tre tipologie prodotte che sono la classica versione in rosso, vinificata e maturata in acciaio (la preferisco senz’altro) o in legno; poi c’è quella in “passito” probabilmente la più interessante e complessa, infine quella spumantizzata in rosè, gradevolissima d’estate abbinata ai salumi o a piatti di pesce. C’è anche un produttore che ne realizza una versione a vendemmia “posticipata”, interessante e didattica interpretazione di ricerca sul vitigno.  Naturalmente il potenziale di complessità, tuttora in larga parte inespresse, non potrà che emergere tra qualche vendemmia. Per ora godiamoci un vino di per sé gradevole senza bisogno di ricorrere a forzature.

 

*http://www.torredioriolo.it

**http://www.ermesagricoltura.it/var/portale_agricoltura/storage/file/ra0603108s_1244543597.pdf

Giovanni Solaroli

Ho iniziato ad interessarmi di vino 4 eoni fa, più per spirito di ribellione che per autentico interesse. A quei tempi, come in tutte le famiglie proletarie, anche nella nostra tavola non mancava mai il bottiglione di vino. Con il medesimo contenuto, poi ci si condiva anche l’onnipresente insalata. Ho dunque vissuto la stagione dello “spunto acetico” che in casa si spacciava per robustezza di carattere. Un ventennio fa decisi di dotarmi di una base più solida su cui appoggiare le future conoscenze, e iniziai il percorso AIS alla cui ultima tappa, quella di relatore, sono arrivato recentemente. Qualche annetto addietro ho incontrato il gruppo di Winesurf, oggi amici irrinunciabili. Ma ho anche dei “tituli”: giornalista, componente delle commissioni per la doc e docg, referente per la Guida VITAE, molto utili per i biglietti da visita. Beh, più o meno ho detto tutto e se ho dimenticato qualcosa è certamente l’effetto del vino.


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0 responses to ““Versate” un Centesimino contro la globalizzazione4 min read

  1. sono un produttore di centesimino, forse quello citato che produce anche la versione vendemmia tardiva oltre a quella classica e passito, mi piacerebbe fargliele provare..

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