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Forse la migliore espressione di questa anteprima (in cui troppi vini erano campioni da botte, senza che noi lo sapessimo prima dell’assaggio…) è venuta dai Superiori 2009. In alcuni ho trovato (superando alcune imperfezioni momentanee al naso) quelle note floreali ampie fini e quella austera freschezza che, quasi come una bonaria lama di rasoio ti porta verso dei tannini importanti ma dolci. Pochi campioni, devo ammetterlo, ma sono bastati per farmi capire come il Cesanese del Piglio possa avere “il piglio” essere uno dei miei vitigni preferiti.Io facevo parte ignobilmente del bus dei giornalisti che ci ha portato in giro per l'areale del Cesanese. ho postato sul mio blog le mie impressioni e condivido con lei le impressioni generali sul Cesanese. sul mio articolo ho fatto nomi e cognomi di chi è in alto e di chi insegue. l'ho fatto per eccesso di amore verso questo vitigno...
Ha fatto benissimo a fare nomi e cognomi. Dato che le nostre degustazioni sono sempre "di gruppo" e non degustiamo mai vini non imbottigliati, ho creduto giusto aspettare quel momento per fare nomi e cognomi.
tengo a precisare che il cesanese del piglio è un vino non un vitigno autoctono. il vitigno autoctono dal quale si ricava questo vino docg è il CESANESE DI AFFILE uva pregiata che concorre alla produzione della DOC omonima, della DOC olevano romano, della DOC velletri e della DOCG suddetta... che io sappia i produttori di AFFILE non hanno potuto partecipare all'evento non per mancato accordo, bensì perchè da regolamento potevano essere presenti solo aziende della provincia di frosinone...
Grazie della precisazione. Per quanto riguarda il regolamento mi risulta che qualcuno abbia cercato più volte di cambiarlo ma "le alte sfere", se non vuole usare termini politici, hanno risposto picche. Un regolamento si può cambiare, basta che chi lo ha creato sia d'accordo....Speriamo che la prossima volta Affile e Olevano possano essere accanto al "cugino" Piglio.
spero di brindare, la prossima volta, con i cesanesi delle tre denominazioni, specialmente con l'AFFILE visto che la storia ci racconta che I territori di AFFILE, già abitati dalle popolazioni italiche degli Equi e degli Ernici dall’anno 1000 a.C., divennero nel 133 a.C. colonia romana, con la conseguente suddivisione del territorio in piccoli appezzamenti e successiva deduzione ai coloni delle aree da coltivare. E’ proprio a quest’epoca che si fanno risalire le prime coltivazioni di vite lungo i pendii della vallata. E a quest’epoca si fa anche risalire la coniazione del termine “cesanese”. La tradizione vuole infatti che il termine “Cesanese di Affile” nasca nei luoghi dell’omonima terra, un tempo ricoperta di boschi, dove già da tempi antichi il vitigno veniva impiantato in terreni collinari che all’occorrenza venivano disboscati; da qui il termine Cesanese, vino prodotto nelle “caesae”, “luoghi dagli alberi tagliati”. E’ da qui che il Cesanese di Affile prende una strada propria e si afferma nei secoli successivi come vitigno autoctono, clone locale del più diffuso “Cesanese Comune”, differenziandosi da questo in maniera radicale, al punto che la tradizione vuole che la stessa origine dei due termini sia diversa. Un vino che, come racconta la tradizione, deliziò nei secoli il palato di Papi e Imperatori e al quale furono riconosciute qualità medicamentose e addirittura soprannaturali. Un prodotto della terra, che accompagnò il lento ritmo del lavoro nei campi, fornendo ispirazione a poeti e letterati: “gli habitatori la maggior parte vivono sopra tali industrie et in quelle vengono riposti tutti i loro disegni et è cosa meravigliosa da considerare come sia possibile che in tali paesi sieno tante vigne che nel tempo della calda Estate, quando hanno le foglie, paiono talmente ornate da quelle, che rappresentano la somiglianza di vaghe et verdeggianti selvotte”; e fu oggetto di gelosa cura da parte del popolo di Affile, che negli Statuti Municipali stabilì “pene severissime a chiunque avesse avuto l'ardire di recare danno alle vigne”. Un vino la cui notorietà ha trovato eco lungo i secoli, fino a conquistare negli anni '30 del Novecento i luoghi della cultura enologica, ottenendo riconoscimenti e medaglie a Parigi, Bruxelles, Roma e Milano. Segni tangibili di un legame antico, quasi eterno, testimoniato persino dallo stemma araldico del paese: un tralcio di vite dai grappoli neri con un aspide attorcigliato sul tronco.
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