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04/04/2011
Cesanese del Piglio: Che piglio!
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Come nelle barzellette più viete inizio con due notizie, una cattiva ed una buona. La cattiva è che la Taverna Colonna a Paliano, ( uno dei comuni dell’areale del Cesanese del Piglio) uno dei punti di riferimento per chi voleva mangiare bene e di territorio,(ne avevamo fatta anche una scheda...sigh!!) ha chiuso i battenti. La buona è che la famiglia Colonna si è trasferita armi e bagagli all’agriturismo la Polledrara, dove continueranno a fare cucina di territorio, con materie prime di territorio, vini esclusivamente laziali e con la stessa bravura e competenza di prima (ho provato di persona..).

Ammetto che per parlare dell’Anteprima “Rosso Cesanese” svoltasi  ad Anagni dal primo al quattro aprile sia un’apertura abbastanza strana. In realtà quello che volevo evidenziare è che il Cesanese del Piglio oramai più che un vitigno sembra diventato una bandiera per questo territorio che di bandiere unificanti ne ha proprio bisogno. Tanto per fare un esempio la manifestazione, organizzata in maniera egregia da due gentilissimi mostri di competenza,  passione e  conoscenza del territorio travestiti da esseri umani (al secolo Pierluca Proietti e Maria Berucci,rispettivamente presidente e direttore della strada  del Vino Cesanese) ha riguardato solo il Cesanese del Piglio perché i produttori di Affile (tanto per fare un nome a caso) non hanno trovato un accordo, grazie alla politica, per unire le forze. Sarebbe come se a Montalcino al Benvenuto Brunello non partecipassero i produttori  di Castelnuovo dell’Abate: un’assurdità.

Assurdo invece non è il Cesanese del Piglio, un vitigno che è passato indenne da una prima massificazione “ad usum Romae”, con il mercato romano che storicamente assorbiva tutto, bastava che costasse poco, e da una  seconda chiamata cantine sociali vecchio stile, dove bastava conferire roba ed il gioco era fatto. Solo all’inizio degli anni novanta alcuni produttori si sono messi in testa di ridare valore ad un vitigno che di caratteristiche positive ne ha da vendere, come ha da vendere problematiche di cantina che, se non risolte per tempo, portano a riduzioni importanti e ad imperfezioni al naso difficilmente rimediabili.
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Oggi l’areale del Cesanese, che tra l’altro è di una bellezza assoluta nonostante la cementificazione di diverse zone, non arriva a produrre un milione di bottiglie con una superficie vitata che arriva a malapena ai  300-350 ettari. Numeri minimi, per di più suddivisi in appezzamenti quasi microscopici,  permettono comunque alla trentina di produttori imbottigliatori di mantenersi a galla senza essere schiacciati da concorrenza interna.

Ma veniamo alle caratteristiche del vitigno: qui sta il punto. In linea teorica dovrebbe essere un vitigno di notevole colorazione con un acidità viva ed una tannicità importante ma non esagerata. Un vino che al naso ricorda il frutto ma anche note floreali e balsamiche. Questo in teoria, perché i vini che abbiamo assaggiato, sia all’anteprima che nelle nostre visite o nelle cene sono solo in parte riconducibili a questo modello.
Per esempio: nella degustazione in anteprima  Tra i Cesanese del Piglio  “base” DOCG assaggiati abbiamo trovato alcuni vini color porpora con una quasi eccessiva morbidezza al palato, dei vini rubino molto scarico con una tannicità ed un’acidità quasi eccessiva, e altri vini che si muovevano all’interno di questa ampia forbice. Più che dal vitigno credo che in questo momento il carattere ai vini sia dato  dalla mano (che in alcuni casi andrebbe affinata e “pulita”) del viticoltore. La riprova l’abbiamo avuta delle Riserve 2008, in alcuni casi assolutamente caricaturali per eccesso di estrazione e di partecipazione del legno. Non si poteva fare a meno di notare la quasi spasmodica ricerca del grande vino ma che portava a cadere inevitabilmente nel grosso vino, spesso con “movenze” internazionali.

ingrandisci anagni_1659.jpgForse la migliore espressione di questa anteprima (in cui troppi vini erano campioni da botte, senza che noi lo sapessimo prima dell’assaggio…) è venuta dai Superiori 2009. In alcuni ho trovato (superando alcune imperfezioni momentanee al naso) quelle note floreali ampie fini e quella austera freschezza che, quasi come una bonaria lama di rasoio ti porta verso dei tannini importanti ma dolci. Pochi campioni, devo ammetterlo, ma sono bastati per farmi capire come il Cesanese del Piglio  possa avere “il piglio” essere uno dei miei vitigni preferiti.

Un vitigno che, se lavorato bene (e magari nelle vecchie vigne che ancora esistono) porta a risultati altissimi, a vette notevoli. Purtroppo, come in ogni montagna ci sono le zone basse sempre all’ombra, sicuramente meno  belle e che per sempre lo rimarranno. Così tra i produttori di Cesanese (spero di sbagliarmi) ci saranno sempre quelli che rimarranno un passo indietro, che cureranno meno la pulizia in cantina e la produzione in vigna, mettendo in commercio vini che, una volta aperti, non ti faranno certo innamorare di questo vitigno e quindi non porteranno avanti il territorio.
Tutto questo nonostante il grande lavoro della Strada del vino Cesanese e di molti personaggi ed associazioni (non ultima Slow Food) che le ruotano attorno.

Visto che si trattava di un’anteprima con molti campioni da botte e del nostro primo approccio con questo vino e con il suo territorio non ci sembra giusto spararvi alcuni nomi di prodotti che ci sono piaciuti. Vi rimandiamo alla degustazione che sicuramente organizzeremo per Winesurf.

Autore: Carlo Macchi
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Commenti presenti: 5
andrea petrini
inserito il 05/04/2011

Io facevo parte ignobilmente del bus dei giornalisti che ci ha portato in giro per l'areale del Cesanese. ho postato sul mio blog le mie impressioni e condivido con lei le impressioni generali sul Cesanese. sul mio articolo ho fatto nomi e cognomi di chi è in alto e di chi insegue. l'ho fatto per eccesso di amore verso questo vitigno...

carlo macchi
inserito il 06/04/2011

Ha fatto benissimo a fare nomi e cognomi. Dato che le nostre degustazioni sono sempre "di gruppo" e non degustiamo mai vini non imbottigliati, ho creduto giusto aspettare quel momento per fare nomi e cognomi.

denis
inserito il 13/04/2011

tengo a precisare che il cesanese del piglio è un vino non un vitigno autoctono. il vitigno autoctono dal quale si ricava questo vino docg è il CESANESE DI AFFILE uva pregiata che concorre alla produzione della DOC omonima, della DOC olevano romano, della DOC velletri e della DOCG suddetta... che io sappia i produttori di AFFILE non hanno potuto partecipare all'evento non per mancato accordo, bensì perchè da regolamento potevano essere presenti solo aziende della provincia di frosinone...

carlo macchi
inserito il 14/04/2011

Grazie della precisazione. Per quanto riguarda il regolamento mi risulta che qualcuno abbia cercato più volte di cambiarlo ma "le alte sfere", se non vuole usare termini politici, hanno risposto picche. Un regolamento si può cambiare, basta che chi lo ha creato sia d'accordo....Speriamo che la prossima volta Affile e Olevano possano essere accanto al "cugino" Piglio.

denis
inserito il 24/04/2011

spero di brindare, la prossima volta, con i cesanesi delle tre denominazioni, specialmente con l'AFFILE visto che la storia ci racconta che I territori di AFFILE, già abitati dalle popolazioni italiche degli Equi e degli Ernici dall’anno 1000 a.C., divennero nel 133 a.C. colonia romana, con la conseguente suddivisione del territorio in piccoli appezzamenti e successiva deduzione ai coloni delle aree da coltivare. E’ proprio a quest’epoca che si fanno risalire le prime coltivazioni di vite lungo i pendii della vallata. E a quest’epoca si fa anche risalire la coniazione del termine “cesanese”. La tradizione vuole infatti che il termine “Cesanese di Affile” nasca nei luoghi dell’omonima terra, un tempo ricoperta di boschi, dove già da tempi antichi il vitigno veniva impiantato in terreni collinari che all’occorrenza venivano disboscati; da qui il termine Cesanese, vino prodotto nelle “caesae”, “luoghi dagli alberi tagliati”. E’ da qui che il Cesanese di Affile prende una strada propria e si afferma nei secoli successivi come vitigno autoctono, clone locale del più diffuso “Cesanese Comune”, differenziandosi da questo in maniera radicale, al punto che la tradizione vuole che la stessa origine dei due termini sia diversa. Un vino che, come racconta la tradizione, deliziò nei secoli il palato di Papi e Imperatori e al quale furono riconosciute qualità medicamentose e addirittura soprannaturali. Un prodotto della terra, che accompagnò il lento ritmo del lavoro nei campi, fornendo ispirazione a poeti e letterati: “gli habitatori la maggior parte vivono sopra tali industrie et in quelle vengono riposti tutti i loro disegni et è cosa meravigliosa da considerare come sia possibile che in tali paesi sieno tante vigne che nel tempo della calda Estate, quando hanno le foglie, paiono talmente ornate da quelle, che rappresentano la somiglianza di vaghe et verdeggianti selvotte”; e fu oggetto di gelosa cura da parte del popolo di Affile, che negli Statuti Municipali stabilì “pene severissime a chiunque avesse avuto l'ardire di recare danno alle vigne”. Un vino la cui notorietà ha trovato eco lungo i secoli, fino a conquistare negli anni '30 del Novecento i luoghi della cultura enologica, ottenendo riconoscimenti e medaglie a Parigi, Bruxelles, Roma e Milano. Segni tangibili di un legame antico, quasi eterno, testimoniato persino dallo stemma araldico del paese: un tralcio di vite dai grappoli neri con un aspide attorcigliato sul tronco.

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